Scende in piazza un´Italia che ora ha paura del futuro

09/12/2003

DOMENICA 7 DICEMBRE 2003

Prima pagina e pag.3 – Economia

 
 
LA PROTESTA
L´esasperazione dei manifestanti. Un insegnante: "Col mio stipendio non pago l´affitto"

Scende in piazza un´Italia che ora ha paura del futuro
          Cofferati ricorda la spallata del ´94 al primo governo Berlusconi
          "Allora la Lega non ignorò la piazza" Un sindacalista: siamo al dramma sociale

          CONCITA DE GREGORIO


          COMPRESSA, silenziosa. È una piazza tesa e muta, questa di San Giovanni: non c´è rabbia tra la folla, non c´è scherno negli striscioni. Non uno slogan, non una canzone ostile che segnali il nemico qual è. Mai nominato Tremonti, poco Berlusconi. Nessuno balla né salta ai cori consueti. Non ci sono i cori. Molti dormono stesi in terra, sfiniti dal viaggio. Una donna sotto una coperta, dal polso sale il filo di un palloncino che dice: «I muratori della Lombardia».
          Una in sedia a rotelle tiene alto un cartello: «Si può vivere con 430 mila lire al mese?». Lire. Un insegnante ha fatto un buco in una busta dell´Ikea, la porta sul giaccone: «Con quello che guadagno non ci pago l´affitto». Operai, ceti medi, precari: vecchi e nuovi poveri. «Tebe dalle sette porte, chi la costruì? Sono stati i re a trascinarli quei blocchi di pietra?»: gli edili di Lecco indossano Brecht. «Tasse sulla liquidazione, siete la nostra disperazione». Gli eroi evocati dal corteo sono i rivoltosi di Scanzano, i ferrotranvieri di Milano: quelli che alla fine hanno preso le armi che avevano e hanno fatto da sé. Stefano Giusti, 42 anni di cui 15 passati alla guida dei bus milanesi: «Siamo al vero dramma sociale. La tragedia sta per esplodere nella vita quotidiana di tutti». La conca contiene e chiude come una pentola a pressione un milione di esasperazioni individuali. «Aria di cupa vigilia di assalto ai forni, atmosfera ottocentesca», dice un sindacalista sotto il palco. Bandiere e silenzio.
          In un angolo della piazza, proprio a fianco della chiesa, c´è Sergio Cofferati. Solo, maglione blu e braccia conserte, distante da tutti. Il 12 novembre di nove anni fa era lui sul palco, aveva preso da poco il posto di Trentin. «Da quattro mesi, sono diventato segretario il giorno di San Pietro e Paolo». C´era un milione a mezzo di persone nelle tre piazze di Roma, e ben diversa tensione. «La sostanza dei problemi è rimasta la stessa, il quadro politico no». Allora sembrò che fosse stata la piazza a dare l´ultima spallata a Berlusconi, la Lega uscì dal governo pochi giorni dopo. «Con una relazione forte, perché la Lega non poté reggere la pressione dei suoi al Nord sui temi della piazza». Oggi, invece. «Oggi le forze di governo confliggono tra di loro su molte questioni, non su queste». Oggi il governo e la piazza non sono due fronti: sono due mondi. Non c´è trattativa sulle pensioni, non c´è dialogo fra le parti, nessuno spazio di mediazione. «La piazza complica», trova il ministro Stanca: una seccatura. Fini: «Il governo non cede alla piazza». Berlusconi allora disse: «Lavorate, non scioperate», si sbagliava perché non era uno sciopero, oggi non dice neanche questo. Tace. Cofferati – che a quel milione e mezzo aveva dato un orizzonte, che li aveva raddoppiati al Circo Massimo – oggi corre per fare il sindaco a Bologna. C´è, ma non c´è più. Guarda, e se gli chiedi ma insomma, con un governo sordo e nessun margine di manovra a cosa serve una manifestazione così? risponde: «Serve a contrastare un´intenzione, a rivendicare una posizione». A testimoniare, insomma, o poco più. Perché poi se non c´è nessun posto dove andare, se tutta questa forza resta compressa nelle piazze allora è indietro che si torna. «Luddismo», dice un sindacalista sotto il palco. Gli assalti ottocenteschi, e i tram fermi a Milano.
          Il piazza sono tornati in tanti di quelli che c´erano anche nove anni fa. «Non è cambiato niente, è solo peggiorato», dice Antonio, impiegato che sfila con la Cisl. Non è vero, qualcosa è cambiato. «Siamo invecchiati», sorride Savino Pezzotta. Sono pochi i giovani, dice D´Amato. «Pochi? Non mi pare. Comunque sono più qui che in Confindustria». Pochi studenti, pochi no global. Molti precari invece, ragazzi assunti coi contratti di lavoro temporaneo, alla pensione chissà come ci arriveranno. «Difendi il tuo futuro» dice lo striscione grande sul palco. Grande è la paura del futuro, grande il rimpianto del passato. In un banchetto si vende un calendario con le frasi di Enrico Berlinguer: una frase per mese, anno 2004. Il segretario attuale, Piero Fassino, raggiunge la testa del corteo mentre suona da un camion "Knock on heaven´s door". Pacche, saluti. D´Alema si lascia fotografare e firma autografi ai compagni di Taranto. Sotto il palco, mentre parla Epifani, di politici ne restano pochi: Mussi col maglione rosso, Folena con la sciarpa rossa, Rizzo. Una signora anziana con un tailleur rosa e orecchini di turchese vorrebbe raggiungere Rutelli, ma nessuno sa dirle dov´è. Nel camion della Cgil liguria una madre cambia il pannolino al figlio. Un rasta sardo con zaino no logo compra un biglietto della lotteria, l´amica gli dice «prendine due, speriamo almeno in questo». Quando parla Angeletti molti fischiano, Pezzotta è un po´ meglio tollerato.
          La fantasia di piazza ha partorito i suoi simboli. Una bara di legno «dove giacciono i diritti», uno scheletro impiccato «ecco il nuovo pensionato», un wc di ceramica portato a braccia da Potenza, in pullman, con la foto di Berlusconi attaccata dentro la seggetta. La stazione della metro San Giovanni è chiusa, prima ancora che Epifani cominci a parlare a centinaia sciamano verso le fermate vicine. Per Thiene e per Catanzaro sono già pronti, nel sotterraneo di Termini, a ripartire. Perché ve ne andate così presto, non aspettate il comizio? «È tardi, dobbiamo tornare. E poi siamo venuti per il corteo, non per il comizio», dice Luigi pensionato metalmeccanico con la moglie che gli ripete sbrigati. In altri tempi non sarebbe successo. Nove anni fa nessuno avrebbe lasciato la piazza prima della fine, e invece dalle parti del Colosseo c´è un gruppo di insegnanti di scuola media che torna ad Arezzo, «importante era esserci per dire che siamo esausti e offesi, per quello che ancora conta». La piazza offesa e muta si dilegua in mezz´ora dall´ultimo applauso. Dal palco avvertono che «è stato ritrovato un mazzo di chiavi con portachiavi dei Simpson», i cattivi dei fumetti, mica un portachiavi del Che. Lungo la via Appia un fiume di folla punta alla metro: mangiano panini col salame e si passano di mano le lattine. Comincia a piovere, sotto gli ombrelli di marca fiorisce lo struscio del sabato davanti alle vetrine. Un paio di ragazze con le sciarpe arcobaleno si fermano a guardare dei jeans con lunghe zip: 430 euro. Il doppio della pensione mensile di quell´invalida con il cartello. Ridono, se ne vanno. È un´altra fascia di mercato, chiaramente. Un´altra fetta di Paese.