Scandalosa indifferenza – di Giuliano Zincone

30/07/2002


30 luglio 2002



Infortuni sul lavoro, troppe leggerezze

SCANDALOSE INDIFFERENZE

di GIULIANO ZINCONE
      La strage continua, in Italia: di chi è la colpa? Secondo il Rapporto annuale dell’Inail, nel 2001 i morti sul lavoro sono stati 1.452, quaranta in più che nel 2000. Alcune tra le regioni più «progredite» hanno prodotto il maggior numero di vittime: al primo posto c’è la Lombardia, seguono l’Emilia Romagna e il Piemonte. Stando alle statistiche, l’industria e i servizi guidano la nera classifica della nocività: l’edilizia si conferma micidiale, anche perché non è stata affatto debellata la piaga dei cantieri abusivi, spesso sprovvisti delle indispensabili strutture protettive. Queste notizie terribili sono state ampiamente sottovalutate dalle tv, troppo occupate a spaventarci con allarmi remoti o virtuali (un meteorite ci colpirà? Scorrazza una pantera nera? La famosa mucca non è ancora rinsavita?) e poco attente al monotono stillicidio dei veleni quotidiani. Di chi è la colpa? Di nessuno, a quanto pare. La cifra dei caduti, dicono, è stata gonfiata da un singolo episodio (la tragedia aeronautica di Linate), il computo degli «incidenti» è diventato più severo, e, tutto sommato, siamo abbastanza vicini alla media europea. Inoltre, incombono le fatalità, le «disattenzioni» degli operai, il lavoro sommerso. E c’è (addirittura) chi sostiene che l’incremento dei decessi non sia poi così grave.
      Se quaranta morti in più vi sembran pochi, provate a pensare che essi corrispondono ad un funerale per ogni sette giorni lavorativi. E che un Paese civile ha l’obbligo di mettere al primo posto la sicurezza dei propri cittadini, riducendo drasticamente i rischi, anzi: tentando di annullarli. Non deve esistere una fabbrica dove la «distrazione» (dopo sei ore di fatica!) si paghi con la vita o con l’invalidità. Né è sopportabile la cosiddetta «monetizzazione del rischio»: un po’ di soldi in più per affrontare tacendo pericoli estremi. Ai cuori avari segnaliamo che, tra l’altro, le «disgrazie» sul lavoro (più di un milione l’anno) rappresentano costi sociali elevatissimi.
      E allora? Innanzi tutto, gli imprenditori (grandi o minuscoli) devono rispettare le leggi. Dispiace qualche volta ascoltare ancora la frase: «Se devo spendere tutti questi soldi per la sicurezza, licenzio o chiudo». Il governo in carica, poi, deve finirla di lamentarsi per l’eredità ricevuta dai predecessori (comunisti, partitocrati, fascisti, savoiardi, borbonici). Deve impegnarsi, oggi e qui, con il suo «presidente operaio» e con i suoi ministri apprendisti, per cancellare quest’olocausto d’italiani.
      Dall’altra parte, dovrebbero svegliarsi anche gli indignati professionali: quelli che strillano «gravissimo & intollerabile» ogni volta che un polista pronuncia le solite, innocue sciocchezze. E’ gravissimo e intollerabile che la gente muoia sul lavoro, questo sì. Ma allora perché la Sinistra intellettuale non parla mai della vita e della salute della gente? Perché a molti sembra più importante contare i frivoli minuti filogovernativi della Rai, sputare sull’editore che pubblica i loro libri, sghignazzare sui tacchi e sulla pelata di Berlusconi?
      E i sindacati? Ma sì, comprendiamo benissimo la strategia «laburista» di Cofferati, il suo desiderio di difendere la trincea simbolica dell’articolo 18, il potere contrattuale della Cgil e il protagonismo politico dei suoi iscritti. Ma quali sono le priorità? E perché la sicurezza degli operai non è (più) tra queste? Un leader che è capace di portare in piazza tre milioni di militanti, potrebbe (dovrebbe) usare il suo carisma, la sua organizzazione, la sua forza d’urto, per esigere (sì, esigere) che siano rispettati i diritti elementari dei lavoratori. La salute e la vita, soprattutto.