“Scalfari/Ichino” Sindacati tra declino e rilancio

23/02/2006
    gioved� 23 febbraio 2006

    Pagina 42 e 43 – Economia

      Come possono convivere intese nazionali e territoriali
      Una maggiore collaborazione tra imprenditori e lavoratori

        Sindacati tra declino e rilancio
        la sfida degli accordi aziendali

          Faccia a faccia Scalfari-Ichino sulla riforma controversa
          contratti

            Il 18 gennaio, su Repubblica, Eugenio Scalfari ha mosso alcune critiche radicali alla proposta contenuta nel libro "A che cosa serve il sindacato" (Mondadori) di Pietro Ichino, il quale ha risposto a quelle critiche il 20 gennaio con un editoriale sul Corriere della Sera, ponendo a sua volta a Scalfari alcune domande non retoriche. Il dialogo � proseguito nel corso di un incontro svoltosi a Roma il 14 febbraio scorso, di cui qui riportiamo i contenuti essenziali. Il testo integrale � sul sito www.lavoce.info

              Ichino. La critica che lei muove nel suo articolo alla mia proposta di riforma della contrattazione collettiva � che essa porterebbe inevitabilmente a una destrutturazione del sindacato italiano. Io sostengo invece che quella riforma porterebbe a rivitalizzare il sindacato, radicarlo meglio nel nostro tessuto produttivo. Mi spingo addirittura a sostenere che essa consentirebbe di conciliare pi� facilmente l�obiettivo della protezione dei pi� deboli con l�aumento del reddito dei pi� forti.

                Scalfari. Guardiamo al panorama internazionale. Nei Paesi dove la contrattazione collettiva � decentrata il sindacato si � sempre pi� indebolito, fino quasi a sparire. Mi dica: qual � il peso del sindacato oggi nell�economia americana, o in quella britannica? E dove, invece, il sindacato � rimasto forte? � rimasto forte nei Paesi Scandinavi, in Germania, dove al centro del sistema c�� il contratto collettivo nazionale di lavoro.

                  Ichino. Anche in Svezia e in Germania, per�, oggi si assiste a una tendenza allo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso la periferia; spostamento che non � sub�to, ma voluto dal sindacato stesso. Comunque io non propongo affatto di passare, in Italia, da un sistema centralistico al sistema opposto. La mia idea � molto semplice: conserviamo il ccnl cos� com�� oggi, anche con il suo grado attuale di copertura; ma al livello regionale, territoriale o aziendale consentiamo a un sindacato serio, che sia sorretto dalla maggioranza dei lavoratori interessati, di sperimentare soluzioni diverse, negoziando anche in deroga rispetto al ccnl. In altre parole: il ccnl si applicher� integralmente in tutti i casi in cui non ci sia un contratto collettivo di livello inferiore, stipulato da un sindacato abilitato a farlo, che ponga una disciplina diversa.

                    Scalfari. Cio�, in sostanza, consentiamo che la contrattazione di secondo livello abbassi lo standard: questo significa la derogabilit� del ccnl.

                      Ichino. Questo � l�aspetto che suscita la diffidenza diffusa. Ma la novit� non starebbe soltanto nella possibilit� di abbassare lo standard nelle situazioni in cui si ritiene che questo sia necessario per far riemergere il lavoro nero, o per favorire ragionevolmente l�insediamento di nuove imprese. La questione della derogabilit� si pone anche nelle zone forti del tessuto produttivo, dove la deroga pu� essere necessaria per sperimentare nuovi modelli di organizzazione del lavoro e/o nuovi modelli di relazioni sindacali in azienda. Allo stesso modo, la deroga pu� avere per oggetto una struttura diversa della retribuzione: per esempio un aumento della parte del compenso che varia con i risultati individuali, di gruppo o aziendali.

                        Scalfari. Un mutamento di questo genere della struttura delle retribuzioni, se � una cosa seria, comporta un aumento del grado di partecipazione e controllo dei lavoratori nella gestione dell�azienda. Ma sappiamo che gli amministratori di una societ� hanno mille modi per far s� che la partecipazione e il controllo siano soltanto un fumus. Se non sono solo un fumus, le cose si complicano ulteriormente: sappiamo come funziona l�impresa capitalistica. A questo proposito, poi, ho un�altra obiezione da muoverle: la traggo da un articolo di Luciano Gallino che abbiamo pubblicato alcuni giorni fa: come si fa a stabilire la produttivit� o la redditivit� reale di un�azienda, quando questa � soltanto il punto terminale di un�attivit� che si svolge in una rete di aziende disperse in tutto il mondo?

                          Ichino. Questa obiezione porterebbe a negare la possibilit� di qualsiasi premio aziendale di produttivit� o redditivit�: non mi sembra che si possa arrivare a questo. Nel panorama internazionale, del resto, e in qualche misura anche in quello italiano, troviamo moltissimi casi nei quali la trasparenza della gestione aziendale non � solo fumo negli occhi: casi nei quali l�imprenditore � davvero affidabile e disposto a condividere fino in fondo tutte le informazioni di cui dispone. Non � dunque insensato pensare a un sindacato-intelligenza collettiva dei lavoratori, capace di valutare l�affidabilit� dell�imprenditore, la bont� del progetto, e, se la maggioranza dei lavoratori lo sostiene, abilitato a scommetterci sopra.

                            Scalfari. Ma se invece poi le cose vanno male…

                              Ichino. Non sto parlando di una partecipazione integrale dei lavoratori al rischio di impresa, n� di azzerare ogni rete di sicurezza: sto parlando soltanto della possibilit� di modulare il contenuto assicurativo del rapporto di lavoro.

                                Scalfari. Se la maggiore partecipazione dovesse essere effettiva, sarebbero gli imprenditori a opporvisi. Cos� come oggi � la Confindustria, insieme alla Cgil, a difendere con maggior decisione l�inderogabilit� del ccnl.

                                  Ichino. Certo, nell�impresa nella quale sono maggiormente condivise le informazioni e condiviso il rischio, la torta da spartire generalmente si ingrossa perch� i lavoratori sono pi� consapevoli e pi� fortemente incentivati; ma, proprio perch� meglio informati e pi� partecipi, essi sono anche in grado di appropriarsi di una porzione molto maggiore di quella torta. Oltre una certa soglia, dunque, maggiore partecipazione vuol dire sovente minori profitti per l�imprenditore, pur in una azienda che funziona meglio. Questo � vero; ed � un buon motivo per non considerare il modello partecipativo come una concessione dei lavoratori all�imprenditore: in realt� � una loro conquista; ed � possibile soltanto in certe imprese e a determinate condizioni. Ma prima di arrivare alla vera e propria partecipazione, la �scommessa comune� pu� esprimersi anche in forme di cooperazione meno spinte.

                                    Scalfari. In questo nuovo sistema che lei sta delineando, in fin dei conti, la realt� pi� rilevante � l�imprenditore schumpeteriano, portatore dell�innovazione, inventore di nuovi modi di combinare i fattori della produzione: in questa nozione di imprenditore schumpeteriano finiscono coll�essere ricompresi anche i lavoratori, nella misura in cui la loro �intelligenza collettiva�, come lei dice, li porta sostanzialmente a entrare in una joint venture con l�investitore, a rischiare il loro lavoro come l�investitore rischia il capitale. Se � cos�, in questo modello il sindacato, inteso come strumento di solidariet�, unit� e uguaglianza tra i lavoratori di una categoria, di un Paese, rischia di non contare pi� niente.

                                      Ichino. Non mi sembra che la mia proposta porti a questo. Io propongo che al livello nazionale e di categoria il sindacato conservi la sua funzione di negoziare e stipulare il ccnl; e che lo standard fissato dal ccnl resti sempre una garanzia per tutti, operante dovunque il sindacato sia assente o troppo debole per imporre la contrattazione aziendale; operante comunque come riferimento generale. La novit� sta nel fatto che il sindacato svolga, oltre a questa funzione generale, anche quella di rendere possibile con la dovuta ampiezza, ai livelli inferiori, la �scommessa� dei lavoratori su di un progetto industriale particolarmente innovativo, oppure su di un piano straordinario di sviluppo economico di una regione. Per questo occorre che l�autonomia collettiva ai livelli inferiori, quando sia esercitata da un sindacato serio e sorretto da un consenso maggioritario, possa operare anche in funzione sostitutiva rispetto al ccnl.

                                        Scalfari. Vede, il problema sta proprio in questa possibile funzione sostitutiva; consentire la deroga con contratti collettivi di livello inferiore rischia di annullare la funzione essenzialmente propria del sindacato, inteso nel senso tradizionale.

                                          Ichino. Vede, in Italia i ccnl stabiliscono per lo pi� degli standard che il sud non riesce a reggere: anche per questo nel sud met� dell�economia vegeta al di sotto dello standard; e nessuno si sogna di chiudere le imprese del lavoro nero, per paura di creare milioni di disoccupati. Dunque accettiamo la peggiore delle deroghe al ccnl, per non assumerci la responsabilit� di contrattare una deroga ragionata e controllata, l�adattamento dello standard che consentirebbe di renderlo davvero esigibile.

                                            Scalfari. Lei crede che la contrattazione di una riduzione del costo del lavoro al sud consentirebbe un�azione di recupero alla legalit� di quell�enorme 40% di economia sommersa?

                                              Ichino. Nel quadro di una grande operazione concordata dalle parti sociali con il governo locale e centrale, io credo di s�. In Germania, dopo l�unificazione del 1990, tra est e ovest c�era una differenza di produttivit� del lavoro simile a quella che c�� da noi tra nord e sud; in un primo periodo hanno tentato di realizzare l�uguaglianza tra est e ovest per decreto, applicando la ricetta centralistica; e hanno ottenuto invece un�enorme aumento della disoccupazione e del lavoro irregolare all�est. Poi hanno imparato la lezione: il sindacato si � dato un programma pi� realistico di �costruzione� dell�uguaglianza, con l�obbiettivo di raggiungerla gradualmente entro il 2009, attraverso una fase di passaggio di negoziazione regionale, per consentire appunto la differenziazione degli standard. I primi risultati si stanno gi� vedendo.

                                                Scalfari. A me sembra rischioso estendere questa soluzione al livello della singola impresa. Potrebbero diffondersi forme svariate di sindacalismo di comodo: soprattutto nell�azienda medio-piccola sarebbe facile per il padroncino ottenere che i dipendenti diano il loro appoggio a un sindacato creato ad hoc, disposto a firmare qualsiasi cosa.

                                                  Ichino. Per evitare questo rischio, io propongo un filtro ulteriore, in aggiunta alla maggioranza dei consensi nell�ultima votazione nei luoghi di lavoro interessati: cio� che il sindacato, per essere abilitato a contrattare con efficacia piena, anche in deroga al ccnl, debba essere radicato in almeno quattro regioni.

                                                    Scalfari. Lei pensa al rappresentante aziendale come a una sorta di funzionario del sindacato in azienda?

                                                      Ichino. Deve essere sempre, ovviamente, un dipendente dell�azienda. Ma � il sindacato a ricevere l�investitura dai lavoratori e deve essere pertanto il sindacato a operare attraverso quel lavoratore, avendolo designato come proprio rappresentante aziendale; libero, ovviamente, il sindacato stesso di farlo scegliere dall�assemblea di tutti i lavoratori, o da quella dei soli propri iscritti, o in altro modo previsto dal suo statuto associativo. E liberi i lavoratori, alla prima scadenza, se non sono soddisfatti, di dare la maggioranza dei loro consensi a un altro sindacato.

                                                        Scalfari. Mi sembra che questa sua proposta pecchi un po� di illuminismo. Di fatto, se il sindacato pretendesse di sostituire il rappresentante aziendale �fuori linea�, i lavoratori si ribellerebbero; in questo modo si favorirebbe il diffondersi dei Cobas, che peraltro sono gi� diffusissimi. Perch� la Cgil oggi si preoccupa tanto di mantenere il rapporto con la base, mediante il referendum, il confronto costante con l�assemblea? Perch� altrimenti il sindacato perde il consenso dei lavoratori, si diffonde verso il sindacato quella stessa disaffezione che, sul terreno politico, si � diffusa nei confronti dei partiti.

                                                          Ichino. Il rapporto organico tra sindacato e rappresentante aziendale non � una mia invenzione: lo ha istituito lo Statuto dei lavoratori del 1970, voltando pagina per questo aspetto, rispetto alla vicenda delle commissioni interne, che non erano organi del sindacato. Io sono favorevole a mantenere quel rapporto organico, lasciando libero ogni sindacato di gestirlo accentuando la democrazia diretta o quella delegata, dando pi� voce alla base indistinta o ai tesserati. Poi propongo che il numero dei rappresentanti sindacali aziendali non sia pi� uguale per tutti i sindacati accreditati, come lo Statuto prevede ancora oggi, ma sia proporzionato per legge, o per accordo interconfederale, ai consensi ottenuti da ciascun sindacato nella consultazione periodica. Saranno i lavoratori a dare pi� spazio al sindacato che fa meglio il suo mestiere.

                                                            Scalfari. Questo mi sembra ragionevole, anche se conservo le mie riserve sulla possibilit� effettive di controllo del sindacato sull�operato dei propri rappresentanti in azienda. Soprattutto, poi, in una situazione nella quale alla contrattazione collettiva di livello aziendale vengano lasciate le briglie sul collo come lei propone.

                                                              Ichino. Le briglie credo che possa tenerle in mano ben salde il sindacato da cui i lavoratori scelgono di farsi rappresentare; io lo credo capace di farlo, ma non ho la pretesa di convincerla su questo punto. Prima di chiudere, vorrei tornare a un tema che abbiamo lasciato sospeso. Il nostro cosiddetto �diritto sindacale vivente�, centrato sull�inderogabilit� del ccnl, � venuto consolidandosi in un�epoca in cui a Roma, dove si negoziava il contratto, si praticava una certa dose di dirigismo in economia, soprattutto mediante le leve del cambio della lira e degli aiuti di Stato alle imprese. Met� della nostra industria era a partecipazione statale e sorretta dai fondi di dotazione generosamente e puntualmente erogati a spese del contribuente. Lei non pensa che la disattivazione di queste due leve centrali della nostra politica economica nazionale debba avere dei riflessi anche sulla struttura della contrattazione collettiva, nel senso di un qualche spostamento del suo baricentro verso la periferia, di un maggiore spazio per la contrattazione decentrata?

                                                                Scalfari. Lei pu� avere ragione, ma, per entrare in questo ordine di idee, troppe cose allora devono cambiare. Una riforma di questo genere e di questa portata � politicamente pensabile soltanto nel contesto di una riforma di sistema, che involga anche il recupero del necessario rigore ed equit� fiscale, un livello di ragionevole efficienza dei servizi al mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, pi� in generale la credibilit� delle istituzioni che fanno da arbitro tra le parti sociali. Questa battaglia innovativa che lei conduce meritoriamente presuppone una comunit� nazionale in cui cambino contemporaneamente molte altre cose. Allora, chi fa la prima mossa? Senza una concertazione seria tra tutte le parti interessate, non si creer� mai il minimo di fiducia necessario perch� si possa imboccare credibilmente una strada come questa.