Scala mobile, conguagli e coefficienti Pochi in salvo dalla stretta previdenziale

07/01/2010

Con il mancato aggancio ai salari il potere d’acquisto continua a ridursi Gennaio è, probabilmente, il mese più crudele per i pensionati. Sicuramente quello in cui la temperatura dell’insoddisfazione, e il senso di disagio, raggiunge i livelli più elevati. È il mese del conguaglio fiscale, quasi sempre negativo. Il mese in cui viene trattenuta la prima rata dell’addizionale comunale e regionale. Il mese, insomma, in cui la pensione un po’ evapora. È anche, spesso, il mese degli errori nei calcoli. Quest’anno molti pensionati non si sono visti riconoscere la detrazione per moglie a carico perché non avevano compilato lo specifico modulo, diventato obbligatorio. O se la sono vista ritirare per lo stesso motivo.
Fino al 2009 le trattenute erano compensate, almeno in parte, dallo scatto di scala mobile, l’aumento che adegua, con cadenza annuale, le pensioni all’inflazione in modo da mantenerne inalterato il potere di acquisto. Nel 2009, ad esempio, lo scatto è stato sostanzioso perché i prezzi correvano: +3,3% con un aumento di 15 euro al mese per le minime. Quest’anno il paracadute non si è aperto. E le aspettative di veder salire comunque la pensione, com’era sempre stato con un’inflazione dura a morire, sono andate in gran parte deluse.
Ma il 2010 porta anche altre novità che interessano chi è ancora in attività. E non sono novità positive. Facciamo il punto.
Conguaglio negativo
La recessione ha congelato l’economia e portato l’inflazione ai minimi storici. Nel 2010, quindi, la scala mobile gira lenta. Da quando è nata, non èmai andata così piano. L’aumento per le pensioni è solo dello 0,7%. In soldoni vuol dire tre euro in più al mese da spendere per i pensionati al minimo, per i titolari dell’assegno sociale, e per chi gode della rendita maggiorata fino al vecchio milione di lire. Un assegno Inps di mille euro aumenta di 7 euro. Una pensione di 2.000 euro cresce di 14. Oltre i 2.888,80 euro lo scatto di scala mobile scende ancora e si ferma allo 0,545%.
Nessuna penalizzazione, solo una fotografia delle rilevazioni dell’Istat sull’andamento dei prezzi. Ma un’altra doccia gelida per una categoria che dal 1992, con l’eliminazione dell’agganciamento tra pensioni e retribuzioni, ha visto perdere capacità di spesa. Specie con l’entrata in vigore dell’euro e i mancati controlli sulla conversione dei prezzi.
Una proposta di legge bipartisan per ripristinare, almeno in parte, un sistema di rivalutazione dei trattamenti collegato all’andamento della dinamica retributiva dei lavoratori attivi è stata presenta da Giuliano Cazzola, vice presidente della commissione Lavoro della Camera. Ma il suo varo è complesso, considerata anche la tenuta dei conti pubblici.
La gelata dell’inflazione ha anche un piccola coda velenosa. L’aumento 2009 era stato calcolato al 3,3%, ma il tasso d’inflazione reale è stato solo del 3,2%. Quindi i pensionati dovranno restituire all’Inps quello 0,1% in più incassato ogni mese nel corso del 2009. Non si tratta di grandi cifre, ma vedere il segno meno sul cedolino della pensione, per la prima volta, contribuisce ad aumentare il senso di disagio di una categoria che non si sente tutelata.
La nuova austerità
Quello che sta per iniziare è, anche, il decennio della nuova austerità previdenziale. Un giro di vite che non interessa, diciamolo subito, i già pensionati, ma solo chi è ancora in attività. I più colpiti saranno i lavoratori più lontani dal traguardo.
Entrano in vigore nel 2010, e poi nel 2015, due misure che dovrebbero rimettere definitivamente in riequilibro il sistema. Dal 2010 scatta la revisione triennale dei coefficienti di calcolo della pensione contributiva: d’ora in poi saranno agganciati alle aspettative di vita. Più queste salgono, più i coefficienti si riducono. E diminuiscono le pensioni perché verranno incassate per più tempo. Già il primo taglio porta a una riduzione che oscilla dal 6,3% all’8,4%.
La sforbiciata ai coefficienti interessa tutti i lavoratori in attività con esclusione di coloro che al 31 dicembre 1995 potevano vantare almeno 18 anni di anzianità.
Dal 2015 non solo il quanto della rendita pubblica dipenderà dalle tendenze demografiche, ma anche il quando. L’età pensionabile, infatti, verrà periodicamente elevata per tenere conto dell’allungamento della vita media. Un’applicazione rigorosa delle serie statistiche porterebbe a uno spostamento in avanti dell’età pensionabile di tre anni per i quarantenni di oggi. E di sei-sette per i giovani.
In buona sostanza d’ora in poi tutti lavoreranno di più e le pensioni saranno più basse. L’allungamento della carriera lavorativa non è, infatti, in grado di compensare la perdita sul fronte dei coefficienti. Un trentenne con 5 anni di lavoro potrà staccare solo a 65 anni e avere una perdita annua di 5.000 euro per l’effetto revisione dei coefficienti rispetto a oggi. Un 50enne perderà circa 2.000 euro l’anno. Il 40enne sta a metà tra queste due soglie.
Pubblico impiego
Dopo aver resistito a lungo all’ondata riformatrice, il settore pubblico è passato all’avanguardia. Inizia nel 2010 il lungo cammino che porterà gradualmente le donne ad andare in pensione con la stessa età degli uomini: 65 anni. Nel periodo 2010 e 2011 alle donne non bastano più i 60 anni di rito, ma ne servono 61. L’età aumenterà di un anno ogni due per arrivare a quota 65 nel 2018. Non cambia nulla nel settore privato.
Il gioco delle quote
Restano invariati per tutto il 2010 i requisiti per la pensione di anzianità. I dipendenti, sommando anni di contribuzione ed età anagrafica, devono raggiungere quota 95. Rispettando due paletti: l’età non può essere inferiore a 59 anni e bisogna avere almeno 35 anni di contribuzione. Per gli autonomi lo scalino è più alto: quota 96 e almeno 60 anni. Per centrare l’obiettivo valgono anche le frazioni d’anno.
Invariato anche il meccanismo delle finestre che si apriranno solo due volte nel 2010 per le pensioni di anzianità con meno di 40 anni di contributi. Continuerà a essere applicato il meccanismo delle uscite programmate anche per la vecchiaia. Quindi, una volta raggiunti i 60 e 65 anni, non si incasserà subito la pensione, come avveniva in passato, ma si dovrà aspettare l’apertura di una delle 4 finestre previste ogni anno. Un meccanismo che penalizza chi ha smesso di lavorare da tempo e sta solo aspettando di compiere l’età giusta. Un modo per aumentare, ma senza dirlo, l’età pensionabile.