Savino disse: difendo la Cgil ma non perdono

03/11/2003





sabato 1 novembre 2003

SETTE GIORNI

E SAVINO DISSE: DIFENDO LA CGIL MA NON PERDONO

di
Francesco Verderami

      Quando i collaboratori lo hanno informato che persino Sergio Cofferati gli aveva inviato un messaggio di gratitudine per le sue parole, Savino Pezzotta ha avuto un moto di fastidio: «Se ho difeso la Cgil, è perché considero intollerabile insinuare un legame tra l’azione del sindacato e il terrorismo. Però quando fummo noi a finire nel mirino degli attentati, la Cgil non si profuse in gesti di grande solidarietà. Anzi». Non poteva bastare uno sciopero unitario contro la riforma delle pensioni per cancellare dalla memoria del segretario della Cisl le vessazioni subite dopo l’intesa con il governo sul Patto per l’Italia. Piuttosto gli sviluppi delle inchieste sulle Br hanno risvegliato ricordi tristi e assai recenti. Raccontano che l’altra sera, a furia di rievocarli, la sede di via Po a Roma si è come trasformata nel cortile della sede di Lucca, il giorno dell’inaugurazione. «Era maggio», l’otto maggio, e il leader cislino stava accanto al sacerdote che benediceva il fabbricato. Fu in quel momento che da dietro la cancellata iniziarono a gridargli «venduto», «traditore». «In quel gruppo c’erano esponenti della Fiom». E chi se lo dimentica alla Cisl, chi lo dimentica quell’urlo: «Pezzotta, se avessi una pistola ti sparerei».
      «La verità è che ci sono frange di altri sindacati dove manca la cultura della tolleranza e non c’è rispetto per le idee altrui». Questo pensa Pezzotta, ecco qual è lo spartiacque politico e culturale tra le due più grandi organizzazioni: «E’ mai possibile che la Cisl sia stata demonizzata solo perché rivendicava il diritto di firmare accordi con il governo? Solo per questo siamo d’un tratto diventati dei nemici, dopo aver camminato insieme per cinquant’anni?». Impossibile scordare l’isolamento di quei giorni, certe ironie sugli attentati subiti in giro per l’Italia. Eppoi il silenzio ambiguo di gran parte dei media: «Probabilmente l’eco sarebbe stata maggiore se quei problemi fossero capitati ad altri». «Quei problemi» furono raccolti in un dossier che conta più di 50 casi tra danneggiamenti, volantini con stelle a cinque punte, pacchi bomba, lettere farcite di proiettili. E non solo. Nel dossier c’è scritto: «Porto Marghera. Sindacalista Fiom minaccia sindacalista Cisl facendo riferimento a Brigate Rosse».
      L’altro ieri dai microfoni di Radio Anch’io Pezzotta ha difeso la storia del sindacato, di tutto il sindacato, «che rimane uno dei baluardi della democrazia». Ma se ai tempi del Patto per l’Italia lo scontro arrivò a toccare simili asprezze, fu perché «invece di limitare il conflitto a livello di vertici nazionali, la Cgil decise di trasferirlo anche sul territorio». Non è la lotta al terrorismo il tema che li separa, né la battaglia contro le infiltrazioni «che semmai tocca più da vicino i Cobas»: «E’ che la Cisl, quando intravede un attacco al sindacato, si schiera subito, senza pensarci un istante. La Cgil, invece, prima pensa cosa possa giovarle politicamente, poi si muove». Nell’analisi di Pezzotta c’è la condanna verso vecchi riflessi condizionati che ogni volta riappaiono. Eppure è fiducioso per il futuro, perché «qualcosa sta cambiando», perché «il nostro mondo ha smaltito le tossine della politica ed è pronto a entrare in una fase nuova. Quella del post-cofferatismo».


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