Savini: Quando ai tavoli c’erano Grace, la Callas e Onassis

08/06/2004

      8 giugno 2004

      GLI ANNI DEL MITO

      Quando ai tavoli c’erano Grace, la Callas e Onassis
      Commendatori e grandi famiglie, cenare in quelle sale era come entrare nel giro di chi contava

      «Andiamo al Savini». «Ti porto al Savini». «Sono stati visti al Savini». Negli anni Sessanta, una di queste tre affermazioni era una consacrazione nell’Olimpo milanese delle grandi famiglie borghesi, dei commendatori, di quelli che volevano arrivare a tutti i costi. Il Savini era un luogo pubblico per cui raggiungibile, a parole, da tutti. Il suo fascino era nell’irraggiungibile raggiungibilità del tempio del risotto al salto meneghino. Più che un ristorante era un club di facoltosi arrivati che si davano appuntamento lì per mostrarsi al mondo. Gli unici là dentro, fra divani rossi e zuppiere argentate e gli altri fuori. Dire «Andiamo al Savini» significava: siamo arrivati e sappiamo vivere. Dire: «Ti porto al Savini» era la degna conclusione di ogni relazione che da ufficiosa diventava ufficiale. Al Savini, bellissima, fece il suo ingresso milanese Liuba Rosa al fianco di Andrea Rizzoli quando il loro amore diventò ufficiale. Sempre al Savini entrò leggiadra ed emozionata una giovanissima Carla Fracci quando ormai non era più una delle ballerine del corpo di ballo ma un etoile. «Ti porto al Savini», era poi la frase dell’epoca, un epoca in cui gli uomini scortavano le donne, decidevano per loro e pagavano per loro. Cenare lì era considerato la punta massima del corteggiamento o il culmine del senso di colpa. Una cena voleva dire: sono molto innamorato o sono pentito, preferisco te. Normalmente i commendatori portavano le mogli nelle occasioni ufficiali e le amanti nei weekend in cui la famiglia era in vacanza. Almeno una cena al Savini nella vita di una bella donna ci doveva essere, significava esserci e soprattutto essere nel giro giusto. Aristotele Onassis, quando amava Maria Callas la portava solo a mangiare al Savini. A tutte le signore, quando entravano e venivano condotte al tavolo, rigorosamente riservato, veniva offerta una rosa. A lei facevano trovare un intero fascio di rose rosse che poi venivano dimenticate, con noncuranza, su un divano rosso. A quei tempi si disse anche che qualche rosa della Callas era stata riciclata ad altre clienti, per collezionismo. Una sola rosa, rossa, invece per Grace di Monaco, bionda ed elegantissima. Francesco Caltagirone preferiva portare le sue prede a Parigi, ma Annibale Scotti non conosceva che la strada del Savini.
      Era il luogo preferito dei dopo Scala. I tavoli venivano prenotati da un anno all’altro. Pietro Vettor, il mitico maitre di quegli anni, che conosceva i nomi di tutti i clienti, sapeva i loro gusti e aveva occhi discreti per gli abituali dei tavoli rossi e freddi per i pochi infiltrati, chiedeva se «il commendatore desiderava lo stesso tavolo per l’anno prossimo». La risposta era sempre sì. Direttori d’orchestra, belle donne, sciupafemmine danarosi, mai nessuno però emulava la bellezza e l’eleganza dell’entrata della famiglia Falck. Giovanni Falck, accompagnato dalla moglie Mali Da Zara e dalla bellissima figlia Gioia, metteva a tacere anche Pietro Vettor. Su quei tavoli Gioia Falck pianse dopo un epica Turandot dei primi anni ’60. Poi il ’68. Poi una lenta ripresa. Poi la festa elettorale di Mario d’Urso, cacciato perché senza cravatta, e difeso da un’intrepida Emanuelle De Benedetti. Poi il silenzio.
      Adesso nessuno più ti dice con quel tono e con quel significato: «Ti porto al Savini».

      Lina Sotis
      /Interni