Sarà rivisto l’obiettivo di Lisbona

31/03/2003



            Domenica 30 Marzo 2003
            ITALIA-POLITICA




            Sarà rivisto l’obiettivo di Lisbona

            Lavoro e Welfare – Maroni annuncia che dopo l’11 settembre va cambiato il target di un tasso di attività al 70%


            DAL NOSTRO INVIATO
            CERNOBBIO – «All’inizio della presidenza italiana della Ue rivedremo gli obiettivi di Lisbona sui livelli occupazionali». L’annuncio arriva dal ministro del Welfare, Roberto Maroni: tutto quello che è successo dopo l’11 settembre, in altre parole la scarsa crescita dell’economia, inevitabilmente ha effetti sul mercato del lavoro. Gli accordi europei di Lisbona prevedevano di arrivare entro 2010 ad un tasso di occupazione per l’Italia del 70% (oggi siamo al 55 per cento). Maroni non si sbilancia in nuove percentuali, ma è sottinteso che la cifra verrà rivista al ribasso. Occupazione, riforma delle pensioni, articolo 18: su questi tre temi si è concentrato il dibattito del seminario della Confcommercio, organizzato dallo Studio Ambrosetti a Cernobbio. La prossima settimana ci sarà l’incontro tra Governo e parti sociali sulla previdenza: sul testo della delega in discussione in Parlamento, Maroni cerca di ottenere il consenso di sindacati e industriali. Ieri ha rimarcato alcuni obiettivi fondamentali della riforma: i conti non sono tali da dover intervenire «con l’accetta». Ma il ministro del Welfare ha indicato alcuni punti fermi: far partire la previdenza integrativa e quindi conferire obbligatoriamente il tfr maturando ai fondi pensione: «lasciare la scelta al lavoratore significa riproporre ciò che esiste oggi, con il risultato che i fondi pensione non sono partiti e non partiranno mai». Sulla questione degli incentivi e disincentivi, Maroni ha affemato che il meccanismo gli incentivi è sufficiente. Ma occorre inserire nella delega «l’eliminazione di tutti quelle misure che hanno l’effetto contrario e favoriscono l’uscita precoce dal lavoro». Per esempio, l’articolo 17 del testo unico sulle imposte sui redditi secondo il quale, al raggiungimento i una certa età, il lavoratore che se ne va prima del tempo può ottenere un’aliquota fiscale che è la metà di quella che grava sul trattamento di fine rapporto. «Queste incentivazioni ad andarsene in fretta devono essere abolite», ha detto il ministro del Welfare. Il leader della Cisl, Savino Pezzotta, ha insistito sul no alla decontribuzione, convinto che sia meglio agire sulla fiscalità generale. Quanto al Tfr, il trasferimento alle aziende deve essere compensato con strumenti alternativi. Una posizione analoga a quella di Adriano Musi, segretario generale aggiunto della Uil: la decontribuzione, in presenza di un diminuzione delle entrate, si trasformerebbe in un ulteriore gap per le casse dello Stato. Sull’argomento è intervenuto anche il presidente della Confcommercio, Sergio Billè: «La riforma va affrontata e risolta, ma occorre evitare altri shock», ha detto, preoccupato che la riforma possa provocare altre tensioni sociali. In altre parole, per Billè occorre andare avanti sui punti dove c’è consenso, mentre «per le pietanze principali bisognerà aspettare forse fasi migliori dell’economia, per avere il consenso di tutte le parti». Quanto al referendum, Maroni si augura che venga raggiunto il quorum e che vinca il no. Qualsiasi altro risultato a suo parere sarebbe politicamente negativo perché lascerebbe un’ombra e sarebbe un danno per la riforma e per le imprese. «È una partita che si gioca a cavallo delle amministrative, se dovesse passare il sì sarebbe una beffa», ha detto Billè, che si è impegnato nei comitati per il no. Sia Maroni, sia Pezzotta, ieri hanno affermato che con la riforma Biagi appena approvata dal Parlamento si è raggiunto il massimo di flessibilità possibile. Piuttosto, occorre puntare allo sviluppo. Pezzotta ieri a Cernobbio ha annunciato che i sindacati chiederanno un incontro al Governo per discutere come rilanciare l’economia, appena si sarà raggiunto un accordo con la Confindustria al tavolo della politica industriale. «Non basta – ha detto il leader della Cisl – affrontare il problema dei consumi. In una situazione di recessione, il problema è rilanciare lo sviluppo».
            N.P.