Sangalli schiera i suoi e lancia la sfida ai sindacati

31/07/2007
    martedì 31 luglio 2007

    Pagina 2 e 3 – Primo Piano

    IL CASO

      No di Confcommercio a Prodi
      Sangalli schiera i suoi
      e lancia la sfida ai sindacati

        ROMA — Questa volta non finirà com’è finita cinque anni fa. Perciò, in fondo al protocollo sul welfare la firma della Confcommercio non ci sarà. Allora, era il 5 luglio 2002, capitò che Maurizio Sacconi perse la pazienza davanti allo stillicidio di richieste di modifiche del testo e perfino il conciliante Gianni Letta, alzando quel che bastava il tono della voce, intimò: «Il documento non si tocca più, questa è una proposta ultimativa. Prendere o lasciare». Fu così che il presidente della Confcommercio dell’epoca, Sergio Billè, firmò.

        Era il Patto per l’Italia, l’accordo che avrebbe dovuto portare all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e che invece si rivelò una bolla di sapone. Ma alla firma (tutto sommato scontata) dei commercianti il premier Silvio Berlusconi non avrebbe potuto mai rinunciare.

        Quel pasticcere messinese, che certo non era un pericoloso comunista, si era mostrato fino ad allora un articolo difficile da maneggiare, per il capo del centrodestra. Prima delle elezioni del 2001 aveva messo le mani avanti: «La Confcommercio non si schiera». E il Cavaliere aveva masticato amaro. A un certo punto Billè sembrava strizzare perfino l’occhiolino al candidato del centrosinistra Francesco Rutelli.

        Ma poi un bel giorno, un mese prima del voto, Berlusconi si presentò ai commercianti, spianò un sorriso stereofonico e proclamò testualmente: «Ghe pensi mi». Billé lo accolse con quattrocento cannoli fatti venire espressamente da Messina e la faccenda sembrava definitivamente sistemata. Come avrebbe dimostrato anche lo sconcertante cappotto di sessantuno seggi a zero inflitto dal Polo al centrosinistra in Sicilia.

        Quando partì l’offensiva del governo di centrodestra contro l’articolo 18, invece, Billè cominciò inaspettatamente a prendere le parti della Cgil di Sergio Cofferati. Se facesse soltanto il Bastian contrario, dato che con il presidente di Confindustria Antonio D’Amato, nemico giurato della Cgil, si guardava in cagnesco, oppure fosse proprio convinto, non si è mai saputo. Certo è che per il governo era un bel problema. «Smettete di tirare i piatti in testa a Cofferati», diceva un giorno sì e l’altro pure. Ma alla fine firmò.

        Siccome la storia si ripete, anche in questa occasione le strade della Cgil e della Confcommercio si sono incrociate. Il successore di Billé (anch’egli travolto dal ciclone dei «furbetti del quartierino») si chiama Carlo Sangalli. E davvero, a differenza del suo predecessore, è uno dei migliori amici di Berlusconi. Non è nemmeno digiuno di politica: è stato parlamentare per 26 anni, con la Democrazia cristiana. Ma questo non gli ha impedito di giocare la stessa mossa di Guglielmo Epifani.

        Soltanto che lui la lettera non l’ha mandata a Romano Prodi, ma al quotidiano Libero.

        Dentro, la stessa richiesta: quella di sapere se il protocollo sul welfare e le pensioni si debba firmare in blocco oppure no. Con una differenza non trascurabile, però, rispetto al segretario della Cgil. Perché se Prodi pretende la firma in blocco, lui invece non la metterà. Conferma il direttore generale della Confcommercio Luigi Taranto: «Non sarà come il Patto per l’Italia. Questo protocollo mantiene la costosa centralità della spesa previdenziale e non ci convince affatto in materia di flessibilità del lavoro. Apprezziamo lo sforzo fatto sulla decontribuzione degli straordinari, ma le risorse sono troppo limitate, soprattutto in rapporto all’enorme impegno finanziario per l’abolizione dello scalone».

        E se questo non significa mollare definitivamente il governo Prodi, poco ci manca. Tanto più che, a memoria degli attuali dirigenti dell’organizzazione, non c’è un altro precedente significativo di accordo con il governo al quale la Confcommercio abbia fatto mancare la propria firma. Si ricorda un’estenuante trattativa sugli studi di settore, cioè sulla carne viva dei commercianti, che la Confcommercio non firmò. Subito, almeno. Perché l’accordo fu poi sottoscritto qualche mese più tardi. Ma per questo ci vorrebbe un miracolo.