Sangalli: meno tasse o non si riparte

04/09/2012

Il calo dei consumi quest’anno «rischia di essere il più forte dal Dopoguerra». Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, teme l’ulteriore giro di vite della crisi ma è preoccupato non solo per i dati sulla chiusura di migliaia di negozi, soprattutto nei centri delle città, ma anche per la compressione dei redditi delle famiglie italiane. «Non c’è tempo da perdere» ripete guardando al prossimo incontro delle associazioni imprenditoriali col governo, previsto per domani. «Bisognerà stabilire le priorità e l’esecutivo dovrà dirci quante risorse può mettere sul tavolo per sostenere la crescita e andare avanti», aggiunge Sangalli ribadendo che l’obiettivo principale dell’incontro sarà comunque di ottenere da Mario Monti e dai suoi ministri l’assicurazione sulla cancellazione definitiva degli aumenti dell’Iva, per ora solo rinviati al prossimo anno. «Sarebbe un disastro altrimenti».
Nel 2011 hanno chiuso i battenti più di 100 mila imprese commerciali e quest’anno, secondo le vostre previsioni, il numero potrebbe essere più alto. Come pensate di frenare il fenomeno?
«Siamo preoccupati, ma non solo per il destino dei negozi, sia piccoli che grandi visto che per noi il pluralismo distributivo è una conquista. Quest’anno il calo dei consumi potrebbe anche essere peggiore di quello, il 2,8%, previsto dalla stessa Confcommercio. Il fatto è che il problema è la debolezza strutturale della domanda interna che è necessario riattivare con provvedimenti mirati e condivisi. Al di là delle formule della concertazione o dei patti».
È questo che andrete a chiedere al governo domani?
«Vogliamo definire un’agenda di obiettivi prioritari per il contrasto della recessione e per il ritorno alla crescita. Perché un punto è definitivamente chiaro: da sola, la politica del rigore non basta. Non c’è da porre un’alternativa. Il riequilibrio dei conti pubblici è necessario, ma lo sono anche la ripresa e gli investimenti per sostenerla».
Sia più chiaro, lasci perdere le enunciazioni generali. La Confcommercio cosa chiede, cosa punta nel concreto a ottenere?
«Il nostro obiettivo, che è una necessità assoluta per la categoria, è derubricare definitivamente il tema degli aumenti dell’Iva, per ora solo accantonato e rinviato dalla legge sulla spending review che bisogna quindi far avanzare con speditezza. E poi sterilizzare l’Iva sui carburanti attraverso la riduzione delle accise. Più in generale occorre liberare le risorse a sostegno della crescita e insistere sulla lotta all’evasione fiscale per porre le basi di una progressiva riduzione della pressione fiscale record che grava sui contribuenti fedeli e che zavorra la ripresa dei consumi e degli investimenti. Insomma è necessario ridurre la tassazione su imprese e famiglie. E poi ci sono i temi del lavoro da affrontare».
Quali in particolare?
«Proprio guardando ai preoccupanti dati sull’occupazione, in particolare su quella giovanile, sarebbe davvero il caso di tornare a fare il punto su alcuni nodi critici della riforma del lavoro: dalla stretta alla flessibilità in entrata fino agli inasprimenti contributivi. Noi riteniamo prioritario cercare di temperare la pressione contributiva aggiuntiva che deriva, in generale, dalle nuove regole».
Ma il settore del commercio che impegni, a sua volta, prenderà: come intende contribuire al superamento della crisi?
«Guardi, il sistema del commercio, nonostante il forte impatto della recessione, contribuisce per il 40% alla formazione del Prodotto interno lordo del Paese e per il 43% all’occupazione complessiva. È per questo che non può restare in panne e trovarsi a rischio. Bisogna tornare a parlare non solo di politica industriale, ma anche di politica dei servizi».