Sangalli: l’Italia non cresce perché punta poco sui servizi

30/07/2010

Confcommercio
«È necessaria una domanda interna più robusta»

ROMA — Aprire una stagione di riforme, dare spazio alle imprese dei servizi, ricucire il tessuto morale del Paese. Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, lancia un appello al governo, e non solo, perché sposti lo sguardo «un po’ più in là, più in lungo».
Presidente, la manovra è in porto. Il suo giudizio?
«È stata necessariamente impegnativa, ma più contenuta di quelle che dovranno operare altri grandi Paesi europei. A questo punto però bisogna cambiare passo». In quale direzione? «L’Italia ha necessità di una politica e di classi dirigenti più positivamente ambiziose, che vogliano cioè misurarsi, oltre che con le emergenze del breve termine, su un progetto di più lungo periodo, fondato sulle riforme utili a rafforzare il circuito tra stabilità finanziaria e spinta alla crescita». Una riforma c’è: il federalismo. «Il federalismo fiscale è un’occasione difficile ma possibile per rafforzare il principio di responsabilità ad ogni livello istituzionale ed amministrativo. Responsabilità nella spesa pubblica e nel ricorso alla leva fiscale. Ai cittadini deve essere chiaro chi e come spende, e chi spende deve metterci la "faccia" quando si tocca la leva fiscale».
Ma basta la prospettiva del federalismo fiscale a rimettere in moto l’Italia? Proprio Confcommercio ha denunciato una stagnazione nei consumi.
«Non basta. Bisogna fare avanzare il cantiere delle riforme e delle scelte utili a promuovere responsabilità, merito ed innovazione. Nella scuola e nell’Università. Nella funzione pubblica, i cui incrementi di produttività sono essenziali. Nella contrattazione del settore privato per connettere strettamente, in particolare al secondo livello, incrementi di produttività ed incrementi salariali». Come vede il caso Fiat? «È un bene per il Paese che l’auto resti in Italia. Ma perché questo avvenga occorrono una politica industriale ed un sistema di relazioni sindacali saldamente improntato a questa idea di collaborazione e cooperazione».
La contrattazione collettiva è superata?
«Giustamente riformata e ben gestita, ha ancora spazio e prospettiva. La logica è quella di un primo livello di cornice generale e di un secondo focalizzato sulle scelte puntuali. La nuova architettura accoglie anche il principio di possibili deroghe alla cornice nazionale: questa mi pare la soluzione possibile».
Tornando alla ripresa: le medie imprese esportatrici sono agganciate alla ripresa dell’export. Basterà per avviare un circuito virtuoso nel Paese?
«No, c’è necessità di una domanda interna – per consumi e per investimenti – più robusta. Dobbiamo, allora, riassorbire disoccupazione e costruire nuova occupazione. Un compito che spetterà, anzitutto, a quella economia dei servizi che già oggi contribuisce per circa il 58% alla ricchezza del Paese e per circa il 53% alla sua occupazione».
Cosa chiederà al futuro ministro per lo Sviluppo economico?
«Una politica per i servizi, un grande progetto per l’innovazione dei servizi. Perché l’innovazione è un propellente straordinario per la produttività». Faccia un esempio. «Lavoriamo per valorizzare il potenziale dell’offerta turistica italiana, facendo più sistema e riducendo le aliquote Iva. Altro che ritorno della "tassa di soggiorno" a Roma. È stata, nel contesto generale della manovra, una scelta sbagliata. Continuiamo a chiedere che sia rivista».
Il Presidente Napolitano ha lanciato l’allarme per l’emergere di fenomeni di corruzione e di trame inquinanti, ricordando che il Paese dispone di validi anticorpi. Che ne pensa?

«Il Presidente ha autorevolmente colto preoccupazioni profonde del nostro Paese. La Corte dei Conti ha stimato nell’ordine di 50-60 miliardi di euro all’anno il costo della "tassa immorale ed occulta" della corruzione. All’incirca, è il doppio e più della manovra varata per migliorare l’andamento dei conti pubblici. Vi è, dunque, una esigenza assoluta di rigore e di trasparenza. Da qui, oggi, bisognerà ripartire».