Salvi: «Salari bassi ma questi sono posti veri»

28/12/2000
La Stampa web



 


Giovedì 28 Dicembre 2000
«Salari bassi ma questi sono posti veri»
Il ministro Salvi: ingeneroso parlare di «lavoracci»

I dati dell’Istat sull’occupazione sono musica per le orecchie di Cesare Salvi: la migliore performance degli ultimi dieci anni. Ma – tra precariato e dati sul Sud – forse il ministro del Lavoro non può rallegrarsi poi troppo. Signor ministro, a leggere bene si scopre che, in realtà, il lavoro cresce in numeri assoluti là dov’è sempre cresciuto: al Nord, e al Nord-Est in particolare. E al Sud?
«Guardi che io posso essere allegro proprio per questi stessi argomenti. In termini percentuali, infatti, è proprio il Sud ad aver fatto il grande salto: l’1,7% di crescita contro l’1% del Nord e lo 0,7% del centro. Le sembra poco? Al centro-destra questo sembra un risultato trascurabile?».
Però si dice che siano tutti lavoretti, spesso addirittura lavoracci. E non si sa se tra un anno i beneficiari di questo boom occupazionale staranno ancora lì dove sono.
«Anche questo è un luogo comune. Intanto, non sono tutti lavori precari perché il 40% dei nuovi occupati ha un contratto a tempo indeterminato. E quando dice "lavoracci", che cosa intende? Che sono «atipici»? Qui occorre distinguere. Considero molto positiva la crescita del part-time, che è un contratto da me di recente adeguato alle normative europee. Quanto al lavoro a termine, in molti casi ha consentito di far emergere il sommerso, ha dato una inquadratura a situazioni irregolari e ha consentito di costituire comunque posti i lavoro legali e importanti per l’economia».
Chi la critica, ministro, per «lavoracci» intende lavori poco retribuiti. Si fa osservare, infatti, che i nuovi lavori «flessibili» sono speso di scarsa qualità e di povero stipendio.
«Scarsa qualità, no. Bassi salari, troppo spesso, francamente sì. Ma per questo abbiamo introdotto delle misure già in finanziaria e, soprattutto, occorrerà intervenire in futuro. Nella bozza di proposte programmatiche sul lavoro e il welfare, che sto predisponendo per l’Ulivo, è prevista la decontribuzione per i bassi salari».
Si sente aria di promesse elettorali: decontribuzione vuol dire minor gettito, e se è vero che il bilancio è stato risanato, questo non è ancora un paese che possa scherzare con le tasse.
«Non c’è nessuna promessa elettorale. Una decontribuzione si deve ai redditi più bassi perché si può: non è solo un atto di giustizia ma anche un incentivo economico alla ripresa della domanda interna».
Torniamo alla stabilità di questi nuovi posti. Che cosa le fa pensare che evolveranno in lavori duraturi?
«Accadrà se si sviluppano politiche che, respingendo i dogmi del neoliberismo, indicheranno nella stabilizzazione un obiettivo da perseguire. Ad esempio, nella legge finanziaria, il credito di imposta per i nuovi assunti, a differenza che in passato, si applica soltanto ai contratti a tempo indeterminato, anche incentivando la trasformazione di rapporti di lavoro temporaneo».
Secondo i suoi oppositori mancherebbe la condizione principale, e cioè un tasso di sviluppo più sostenuto, pari almeno al 3%.
«Il Paese sta vivendo una fase di sviluppo, e l’obiettivo del 3% è accessibile. Anzi, sarebbe stato già raggiunto se non avessimo attraversato i problemi con le bollette energetiche e con il cambio euro-dollaro».
Nessun rimprovero da farsi, invece, riguardo ai contratti d’area e ai patti territoriali per il Sud che sono stati realizzati solo per un terzo rispetto a quelli preventivati?
«Non ho difficoltà a riconoscere che alcuni ritardi ci sono stati in questo, specie per la fusione dei ministeri del Tesoro e del Bilancio e la conseguente nuova ripartizione delle competenze. Ma esistono anche la volontà e la capacità di recuperare questi tempi».
Il centrodestra e Confindustria vi rimproverano proprio una incapacità nello snellimento delle burocrazie: mettere su un’azienda, per esempio, dicono che è ancora un’operazione improba. Che cosa replica?
«Che dobbiamo sempre tenere presente il punto di partenza. Mai nella storia della Repubblica è stato fatto tanto per la semplificazione burocratica, come dai governi del centrosinistra. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Si può fare sempre di più? Si capisce. Ma non ci si può attaccare a queste argomentazioni solo per fare campagna elettorale».

Infatti i suoi critici non si attaccano tanto a queste cose, quanto al fatto che le infrastrutture italiane sono ancora quelle che il centrosinistra ha trovato.
«Questo è falso. Ma non sto qui a fare l’elenco delle infrastrutture. Intanto in questi anni l’Italia ha visto il risanamento del proprio bilancio e questa è la grande premessa per ogni sviluppo serio e durevole. Ora, le risorse liberate possono essere destinate, oltre che alla progressiva riduzione fiscale, a una spesa pubblica che selezioni le priorità: investimenti per infrastrutture e spesa sociale, per recuperare il differenziale negativo con l’Europa anche in questi campi».