Sale l’occupazione? Aumentano solo i precari

26/09/2003



  Economia e lavoro






26.09.2003
l rapporto congiunturale dell’Ires Cgil parla per il terzo trimestre dell’anno di crescita zero dell’economia. I rischi di declino industriale per l’Italia
Sale l’occupazione? Aumentano solo i precari
Angelo Faccinetto

MILANO Crescita zero nel terzo trimestre dell’anno, dopo i primi due trimestri a marcia indietro, con il pil a meno 0,1 per cento. Occupazione in diminuzione. Mentre chi lavora si ritrova ad essere sempre più precario. Sono queste le previsioni – non molto confortanti – per i prossimi mesi delineate dal rapporto congiunturale dell’Ires presentato ieri dalla Cgil.
«Si spera ancora che l’economia Usa decolli e che ci si possa agganciare ad essa – sottolinea l’istituto ricerche economiche e sociali della confederazione di corso d’Italia -, ma non ci sono elementi che possano trasformare questa speranza in realtà». Ci sono, invece, gli ultimi dati dell’Istat, da cui partire. E sono dati che parlano di un’economia italiana malata, «che continua a girare attorno allo zero». E, appunto, le previsioni della Cgil che parlano, per il terzo trimestre dell’anno, di «crescita zero».
Non solo. Il panorama non è roseo nemmeno per quel che riguarda
l’occupazione. Anzi. Negli ultimi anni – sottolinea ancora l’Ires – aveva cominciato a crescere, anche come conseguenza delle leggi sul lavoro varate dal centrosinistra, che avevano incentivato le assunzioni e favorito l’emersione dal sommerso.
Adesso invece l’occupazione rallenta e, nelle grandi imprese, come confermano mese dopo mese le statistiche dell’Istat, addirittura rolla.
E resta ferma l’anomalia di un tasso di occupazione che – col 56 per cento – colloca l’Italia in fondo alla classifica dei Paesi europei.
Dietro Francia e Germania, certo, ma anche dietro la Spagna.
Mentre, come sottolinea Guglielmo Epifani, anche quando cresce, lo fa grazie alla sempre più accentuata flessibilità del mercato del lavoro. Cioè generando lavoratori sempre più precari.
Ma le preoccupazioni dell’Ires vanno oltre la congiuntura per investire le prospettive di lungo periodo. «In questo quadro – si sostiene infatti – ci sono non solo rischi, ma segnali precisi di
un declino del ruolo dell’economia italiana tra i paesi industrializzati». E per competere sul nuovo scenario mondiale servono innovazione, ricerca, investimenti. Esattamente quello che l’attuale governo mostra di non voler fare. «La crisi che stiamo vivendo – afferma il responsabile dell’Osservatorio della Cgil e curatore del rapporto Ires,
Eduardo Carra – è la più grave degli ultimi vent’anni: investe le economie mature e tra i paesi sviluppati l’Italia va peggio di tutti».
«Siamo il paese con l’inflazione più alta e con il tasso di crescita più
basso d’Europa – afferma il presidente dell’Ires, Agostino Megale – e la crisi dura ormai da trenta mesi. Per questo la questione dello sviluppo non può che essere centrale nell’iniziativa del sindacato».
Ma perché un rapporto congiunturale della Cgil? Le ragioni le ha spiegate Marigia Maulucci, segretaria confederale. «Perché siamo molto preoccupati per l’economia del Paese e perché abbiamo
bisogno di nostri indicatori e di nostre chiavi interpretative. Non ci fidiamo del governo e del quadro di conoscenze della realtà che viene ogni volta composto e ricomposto a seconda delle necessità politiche o, peggio, mediatiche». Come i commenti ai dati dell’Istat puntualmente dimostrano.