Salari, la sinistra ora teme il cattivo esempio degli statali

18/05/2005
    mercoledì 18 maggio 2005

      CONTRATTI / Dopo Salvati, Padoan sul «Riformista»: moderazione retributiva. Nicola Rossi: giusto non dare più di 100 euro
      Salari, la sinistra ora teme il cattivo esempio degli statali

        ROMA – Nel centrosinistra si può perfino trovare anche chi, come Nicola Rossi, dice che il governo «fa bene a resistere alle richieste sugli statali». E questo certamente è in linea con il richiamo del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a fare tutti la propria parte per uscire dalla crisi. Ma nessuno, nelle file dell’opposizione, crede che si possa riproporre oggi un patto sociale tipo quello del ’93 sulla politica dei redditi dei quali furono protagonisti lo stesso Ciampi, in veste di presidente del Consiglio, e i leader dei sindacati e della Confindustria del tempo. La sinistra, stretta fra l’appello del Quirinale al senso di responsabilità e le pressioni della base alle prese con la questione salariale, si attesta sulla linea del rigore nei conti pubblici, purché non si pratichi a spese dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.

        Così, ieri, sul quotidiano «il Riformista», Pier Carlo Padoan, economista da quattro anni al Fondo monetario internazionale e ora alla Fondazione ItalianiEuropei di Giuliano Amato e Massimo D’Alema, parla della «moderazione salariale» come di «uno dei due modi per affrontare il problema della competitività», riprendendo il tema lanciato da Michele Salvati sul «Corriere della Sera». Ma lo stesso Padoan, subito dopo, aggiunge che l’altro modo è «l’abbattimento delle componenti fiscali del costo del lavoro». Una posizione che Nicola Rossi, già consigliere economico di Palazzo Chigi nel governo D’Alema, sviluppa calandola nel concreto: «Si tratta di evitare le rincorse salariali».

        E come la mettiamo con gli aumenti dell’8% che i sindacati chiedono per gli statali? «La questione retributiva – risponde – c’è tutta. Ma i dipendenti pubblici, nei ultimi contratti, hanno già avuto più dei privati. Bisogna ora stare attenti a non fare un rinnovo che si tramuti in richieste di aumento elevate anche nel settore privato». Fa bene allora il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, a non voler dare più di 100 euro? «Sì, ma bisognerebbe anche ridurre il cuneo fiscale sul lavoro per aumentare le retribuzioni nette senza gravare sulle imprese», dice Rossi.

        L’idea di intervenire sul «cuneo» acquista sempre più consensi, anche nel governo e vede favorevole la Confindustria e parte del sindacato.
        Il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, ha avviato su questo un confronto, ma quasi nessuno crede che si arriverà a un accordo. Non solo perché la Cgil di Guglielmo Epifani vuole solo che il governo «se ne vada a casa il prima possibile», ma perché «non c’è più lo spirito del ’93» dice Cesare Damiano, responsabile Lavoro dei Ds, che per la politica dei redditi si è battuto da sindacalista in una categoria, la Fiom-Cgil, dove non era e non è facile: «Come allora il Paese è sull’orlo del baratro, ma non ci sono più quegli interlocutori, bensì un governo che ha distrutto la concertazione, l’ombrello che ci consentì di accettare una politica di lacrime e sangue». Non ci saranno, quindi, patti sociali e neppure intese bipartisan. La campagna elettorale si avvicina.

      Enrico Marro