Salari italiani fanalino di coda nei paesi dell’Ocse

12/05/2010

Italia fanalino di coda dei paesi Ocse, sul fronte salari. Ieri l’organizzazione ha diffuso il suo rapporto «Taxing wages». Dai dati si viene a scoprire che i nostri salari stanno dietro a quelli di paesi che sembrerebbero messi peggio di noi, almeno in questa fase: Spagna, Irlanda,Grecia. Superiamo invece il Portogallo, la Repubblica ceca, la Polonia, la Turchia. Nello stilare la classifica, si considera il salario netto medio di un lavoratore single senza carichi di famiglia, calcolato in dollari e a parità di potere d’acquisto. I nostri salari risultano piazzati al 23esimo posto, inferiori di ben il 16,5% rispetto al valore medio. Il 23esimoposto lo conserviamo anche quando si considera la situazione di un coniuge con due figli. Ma c’è di più: il salario medio italiano si è abbassato: è stato nel 2009 pari a 22.027 dollari contro un lordo di 31.167 dollari. Ma nel 2008 il netto ammontava a 22.117 dollari e il lordo a 31.314, dunque come si vede si è sono persi per strada tra i 100 e i 200 euro. Nel 2000 il salario netto era di 18.451 dollari e il lordo a 25.933. L’Italia risulta dunque sotto la media Ocse, che nel 2009 era di 26.395 dollari per il salario netto e 35.887 per il lordo e sotto la media Ue-15 (28.454 e 40.525 dollari). Espressi in euro, i salari netti nel 2009 in Italia risultano di 18.503 euro su un lordo di 26.181 euro, in calo dal 2008 (18.578 e 26.304 euro). Non è diminuito il peso fiscale sui salari, il «cuneo» (la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore): in Italia è al 46,5%, rimasto invariato dal 2008 al 2009. Nella classifica dei maggiori trenta Paesi, il nostro è sesto: dopo Belgio (55,2%), Ungheria (53,4%), Germania (50,9%), Francia (49,2%) e Austria (47,9%). Nel 2007 le entrate fiscali in Italia sono state pari al 43% del Pil contro il 38% del 1990 e il 40% del 1995. L’incidenza è pari a quella di Francia e Finlandia e pone l’Italia al quinto posto tra i 31 Paesi Ocse. Al primo c’è la Danimarca con il 49%, all’ultimo il Messico
con il 18%. Andando nel dettaglio, le tasse sui redditi personali in Italia nel 2007 hanno totalizzato l’11% del Pil (dal 10% dei due precedenti parametri), i contributi previdenziali a carico del lavoratore il 2% (3% nel 1995 e 2% nel 1990) e quelli a carico del datore di lavoro il 9% (8% e 9%). È salita la componente «altre tasse», passata dal 17% del 1990 al 21% del 2007. La disoccupazione è ai massimi livelli dal Dopoguerra, in Spagna (19,1%), Slovacchia (14,1%), Irlanda (13,2%), Ungheria (11%), Portogallo (10,5%) e Francia (10,1%). I minimi si riscontrano in Corea (3,8%), Olanda (4,1%), Messico e Austria (4,9% entrambi).
Tasso in crescita in Italia a 8,8% (8,6% febbraio). Il numero di disoccupati dell’area Ocse a marzo è salito a 46,1 milioni (+3,9 milioni da marzo 2009), e il tasso si attesta all’8,7%. Raggelante il commento del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: il dato Ocse sui salari «è lo stesso del passato », si basa su tecnicalità «che abbiamo sempre messo in discussione e francamente non ha riscontro nella realtà ». Non avendo argomenti per ribattere, l’unica è dire che i dati sono praticamente falsi. Secondo il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, per ridare
fiato ai salari bisogna «aumentare la produttività e scalare le tasse». «È urgente procedere a quello che chiediamo da tempo – dice Paolo Nerozzi (Pd) – ridurre prioritariamente le tasse sulle pensioni e sui salari da lavoro dipendente». «Alla luce di questi numeri – commenta Oliviero Diliberto (Pdci) – si conferma che la lotta di classe è più che mai legittima e a vincerla al momento sono i padroni