Salari in picchiata Il «tagliando» Cgil

28/09/2010

La Cgil è completamente proiettata verso il tavolo del 4 ottobre con la Confindustria: dopo Genova è cominciata una nuova fase delle relazioni sindacali, e così ieri la presentazione dell’ultimo studio Ires sulla dinamica dei salari è stato dominato dal tema della «produttività» e da un’analisi dell’accordo separato sui contratti del 2009. Sì, proprio quello che la Cgil è chiamata adesso a siglare – in primis dagli industriali, ma anche da Cisl e Uil – dopo un apposito «tagliando ». In soldoni, la ricerca dell’Ires dice che negli ultimi anni i salari italiani hanno continuato a perdere potere d’acquisto, e dall’altro lato solo nei contratti unitari si è coperta e superata l’inflazione: l’unico separato, quello dei metalmeccanici, non è riuscito invece a star dietro al costo della vita. Il segretario Guglielmo Epifani ribadisce dunque le aperture per il tavolo del 4, ma precisa i suoi paletti: «Chiediamo un contratto nazionale più largo, non solo per accorpare tanti settori oggi divisi, ma anche per includere nuove figure professionali. Potrà essere meno prescrittivo nelle norme su rari e inquadramenti, così da lasciare spazio al secondo livello. Ma attenzione: vogliamo che il secondo livello si faccia finalmente davvero, perché finora, anche nell’accordo del 2009 senza di noi, non c’è nessun vincolo che porti le imprese a doverlo praticare».
Concentrandoci sui dati, dalla ricerca Ires – elaborazione di dati Istat – viene fuori che i lavoratori dipendenti italiani hanno perso negli ultimi dieci anni oltre 5 mila euro di potere d’acquisto. Nel decennio 200-2010 le retribuzioni hanno avuto, a causa dell’inflazione effettiva più alta di quella prevista, una perdita cumulata del potere di acquisto di 3.384 euro ai quali si aggiungono oltre 2mila euro dimancata restituzione del fiscal drag che porta la
perdita nel complesso a 5.453 euro. Insomma, tra un sistema contrattuale che a questo punto – bisogna dedurre – fa un po’ acqua, e a causa di ingiuste e sbagliate politiche fiscali, sempre più consistenti quote di reddito si spostano dal lavoro ai profitti. L’Ires Cgil nota infatti che dal 1995 al 2007 (ultimo anno prima della crisi) i profitti delle prime 1400 grandi industrie italiane (dati Mediobanca) sono cresciuti del 75,4%. Ma perlomeno questi soldi sono stati investiti in ricerca, innovazione, sviluppo?Niente affatto, perché negli stessi anni gli investimenti continuavano a scendere (-38,7% dal 1980 al 2008) e la rendita schizzava in alto (+87% dal 1990 al 2008; certo, magari favorita anche dall’evasione fiscale). La soluzione? Per spiegare quello che propone la Cgil, bisogna fornire un ultimo dato diffuso dall’Ires. Da quattro rinnovi contrattuali dei trienni 2009-2011, emerge che quelli unitari sono andati abbastanza sopra l’Ipca (l’indice inflattivo concordato nell’accordo separato del 2009): alimentaristi (Ipca 5,9, aumento effettivo 8,5); chimici (rispettivamente 6 e 8); tlc (5,6 e 7,3); molto più modesto il «distacco» per i meccanici, unico separato, senza la Cgil: Ipca al 6, aumento effettivo al 6,6.
«Dove non c’è la Cgil, non si siglano contratti che portano aumenti reali – commenta Epifani – Se fossimo stati letteralmente all’Ipca, uno dei punti per cui non abbiamo firmato l’accordo del 2009, adesso avremmo aumenti ben più modesti e senza un recupero soddisfacente dell’inflazione». Ecco che secondo la Cgil, sul piano dei contratti, «si deve confermare l’importanza del contratto nazionale, ma lasciando più spazio al secondo livello di contrattazione, che può dare ulteriori incrementi». Ma è proprio su quest’ultimo punto, cioè su dove stia la famosa «produttività» che dovrebbe poi parametrare il secondo livello, che i giudizi divergono con Confindustria. «Se siamo indietro rispetto agli altri paesi europei – dice Agostino Megale, presidente Ires – dipende in misura minima dal costo del lavoro o dal fattore
flessibilità, che certo ci vuole ma sempre contrattata. Dipende da altri fattori: il basso investimento su ricerca e innovazione, la dimensione delle imprese, la precarietà dei lavoratori». Al governo, la Cgil chiede «di abbassare il prelievo fiscale su lavoro e pensioni: l’Italia ha il primato per le tasse sul lavoro, al 44,4% – dice Epifani – Piuttosto si tassino le rendite, le transazioni finanziarie e i grandi patrimoni. Servono incentivi selettivi per la ricerca,
si deve investire su infrastrutture e banda larga, su ricerca e università».