Salari in gabbia e niente contratto nazionale

08/01/2004


  Sindacale


08.01.2004
Salari in gabbia e niente contratto nazionale

di 
Bruno Ugolini


 Ora il ministro Roberto Maroni, vuole il disfacimento del sistema contrattuale italiano. Anche se lo chiama «revisione dell’accordo del 1993». Trattasi dell’intesa che assicurava due livelli di contrattazione al posto della scala mobile e apriva la possibilità di un’equa politica dei redditi. «E’ superato», ha decretato il ministro del Welfare. Perché quest’improvvisa scoperta? La verità è che Maroni è furbino. Sa che nella Padania, ma non solo lassù, sta crescendo la sete salariale. E lui vorrebbe calmarla facendo balenare l’idea di indebolire il contratto nazionale, spiegando che così si potrebbe dare qualcosa di più al Nord dove il costo della vita è più alto. Un ritorno alle gabbie salariali.
La sortita non ha sollevato echi compiaciuti nei sindacati. Un giudizio durissimo lo anticipa, per la Cgil, Carla Cantone che ricorda, innanzitutto, le responsabilità governative. Ha falcidiato i salari, ha mandato a quel paese la politica dei redditi, non ha portato avanti una politica fiscale capace di tutelare le buste paga, non ha tentato nulla per tenere a bada prezzi e tariffe. Ed ora pretende di negoziare con i sindacati un nuovo modello contrattuale? Il tutto in un contesto fallimentare. L’intesa del 1993, ricorda la Cantone, nasceva nell’ambito di una politica economica che dava risultati. Era legata alla scelta della concertazione tra le parti sociali. Prevedeva una sessione annuale d’incontri. Hanno fatto il contrario. Il tutto in piena sintonia con una Confindustria che ora è chiamata a fare i conti con un bilancio deludente. La Cgil sa che l’attuale modello contrattuale è da migliorare, magari rafforzando il livello nazionale. E’ intenzionata, rileva la Cantone, ad aprire un confronto costruttivo con Cisl e Uil. Quel che non si può fare è negoziare, come dire, con «l’assassino», con chi ha fatto fuori la politica dei redditi e non sta aiutando, con le sue scelte, la crescita economico-sociale del Paese. E’ un interlocutore inaffidabile, così come appare tale un altro partner: la Confindustria di D’Amato. Ed anche per questo si spera in un cambiamento.
Toni meno duri in casa Cisl, ma espliciti. «Noi – ha spiegato Savino Pezzotta – ragioniamo su un modello contrattuale, ma non siamo e non saremo mai d’accordo sulle gabbie salariali». Il vero problema, ha ricordato, è che «ormai si fa fatica a condurre una vita normale, ad arrivare a fine mese». E la responsabilità va tutta a coloro che «hanno fatto saltare l’impianto virtuoso delle politiche sindacali». Un’altra risposta poco tenera viene dalla casa Uil dove Antonio Foccillo ricorda sardonicamente come prima di parlare di riformare i contratti bisogna farli (i contratti). Sono, infatti, in ballo da due anni migliaia di lavoratori pubblici: vigili del fuoco, agenzie fiscali, università e ricerca. Altre note polemiche sono introdotte da Giorgio Cremaschi (Fiom) che ricorda come un operaio della Fiat ha perso, dal 2000 al 2003, ben 3mila euro. «L’inflazione programmata è servita solo a programmare la riduzione del potere d’acquisto dei salari».
I sindacati non sono soli. La prima bocciatura, per quanto riguarda la parte politica, viene dal responsabile dell’area lavoro dei Ds, Cesare Damiano: le gabbie salariali, ricorda, porterebbero alla frantumazione del potere contrattuale dei lavoratori e all’indebolimento di coloro che oggi sono i più esposti nel mercato del lavoro. Damiano smonta poi la tesi maroniana secondo la quale il salario deve essere diverso da territorio a territorio. E’ un compito, spiega, che il sistema contrattuale, definito dal protocollo del ’93, affida o alla contrattazione aziendale o territoriale, con l’obiettivo di distribuire la produttività realizzata dai diversi sistemi economici. E già ora i salari sono diversi da area ad area: più bassi nel Mezzogiorno e più alti nel centro-nord. Quando poi il ministro sostiene di ritenere ancora valido il meccanismo che lega i salari all’inflazione programmata, dovrebbe essere coerente ed invitare il governo a fissare tassi d’inflazione vicini a quella reale. Non operando così si programma soltanto la perdita del potere d’acquisto. Ed, infatti, oggi, ricorda Damiano, oltre un terzo dei lavoratori italiani sta con retribuzioni al disotto dei mille euro.

Sono le risposte teoriche al ministro del Welfare. Altre potranno nascere, aggiungiamo noi, ripristinando nei fatti una vera politica dei redditi (e dei diritti) con gli strumenti ancora a disposizione: la contrattazione aziendale, quella nazionale e perfino quella territoriale (laddove già esiste).