Salari fermi, consumi in caduta

26/07/2004

        domenica 25 Luglio 2004

          LA CRISI entra in casa

            Salari fermi, consumi in caduta
            Eurostat: le retribuzioni in Italia bloccate da sei anni. Cresce il pericolo povertà

              Felicia Masocco

                ROMA La brusca frenata dei consumi registrata dall’Istat è stata accolta da un coro di commenti quasi sorpresi. Come se i commentatori avessero negli ultimi anni vissuto altrove e non si fossero accorti della speculazione da euro, tanto all’ingrosso quanto al dettaglio, o dell’inflazione che ha spiccato il volo. O come se la moderazione salariale fosse un elemento estraneo alle dinamiche di questo Paese. Eppure, da un istituto di ricerca all’altro, è tutto uno sfornare dati su come le retribuzioni dei lavoratori italiani siano cresciute negli ultimi anni meno del costo della vita, quindi il loro potere d’acquisto è sensibilmente diminuito. Non a caso i sindacati, ma anche diversi economisti, parlano di una nuova «questione salariale» e la pongono al centro della nuova concertazione.
                C’è poco da stupirsi se le vendite sono rotolate indietro fino a toccare il livello del 1996. Un’analisi dell’Eurostat parte proprio da questa data per monitorare le retribuzioni (fino al 2002) e per arrivare alla conclusione che in Italia i salari sono bloccati da sei anni. I dati presi in considerazione provengono dall’Ocse e si riferiscono alle famiglie dei lavoratori del settore manifatturiero messe a confronto con l’andamento negli altri paesi dell’Unione a 15. L’indagine è stata pubblicata nell’ultimo rapporto dell’Istat e mette in luce che da noi si sono registrate le variazioni più basse delle retribuzioni nette: praticamente nulle per single e coppie senza figli (dove la media europea di crescita è risultata, rispettivamente, del 17,1% del 16,9%), circa del 4% per le coppie con due figli (media del 18,5%) e del 7% per le famiglie monogenitore con due figli (media del 17,6%).
                In pratica un lavoratore single e senza figli dal 1996 al 2002 ha avuto un incremento del proprio salario dello 0,2% passando da 16.393 a 16.426 euro. Una inezia che giustamente lo colloca in fondo alla classifica della Ue, preceduto dal dato austriaco che però è distante la bellezza di 8 punti. Se poi si raffronta con le prime in classifica c’è da impallidire: l’Irlanda ha avuto infatti +31,5%), la Finlandia il +28,1%), i Paesi Bassi il +27,3%, la Francia +23,4%. La prestazione più brillante, a prescindere dal numero dei membri della famiglia, porta la firma del Lussemburgo, e performance di tutto rispetto le hanno avuto i salari dei Paesi Bassi e del Regno Unito, seguiti dalla Germania. Portogallo, Grecia e Spagna sono invece gli Stati in cui si registrano gli stipendi più bassi, ma comunque superiori ai livelli di crescita italiani.
                L’indagine Eurostat si ferma a dati Ocse del 2002. Di recente l’Ires, il centro studi della Cgil, è andato oltre e ha analizzato la dinamica retributiva del 2003. Il quadro è preoccupante, emerge infatti che sono circa tre milioni i lavoratori con un salario tra i 600 e gli 800 euro e altrettanti hanno buste paga intorno ai 1000 euro. In pratica sei milioni di persone, pur lavorando, orbitano intorno alla soglia di povertà. E se questa è la fotografia, c’è ben poco da consumare. Non è solo la diretta conseguenza di una flessibilità senza scrupoli, anche le categorie del lavoro dipendente che col «posto fisso» sembravano al riparo sono investite da crescenti difficoltà. Secondo i calcoli dell’Ires, presieduto da Agostino Megale, nel 2003 le retribuzioni sono aumentate meno dell’inflazione, ed è stata la prima volta dopo vent’anni. Una famiglia di tre persone, con due redditi medi da lavoro dipendente ha perso potere d’acquisto per circa 700 euro, per la forte inflazione ma anche per la mancata restituzione del fiscal drag. Dal 2001 al 2004, inoltre, la perdita di valore dei salari è stata dell’1,4% e tra le cause non può essere relegato in secondo piano il ritardo, ormai cronicizzato, con cui si procede al rinnovo dei contratti. Se infatti si sposta di 18-20 mesi la firma degli accordi diventa difficilissimo recuperare l’inflazione reale. Ma non basta: nell’ultimo decennio – per l’Ires – solo il 20% della ricchezza prodotta è stata redistribuita nel lavoro, il resto, l’80%, si è divisa tra profitti e tasse». Da notare, che l’ultimo decennio coincide con la vigenza dell’accordo del luglio ‘93, il protocollo, firmato da sindacati, imprese e governo, che regola la politica dei redditi e la struttura contrattuale.
                La distribuzione della produttività, anello debole dell’impianto, sarà uno degli elementi su cui le parti dovranno cercare una nuova intesa, visto che la vecchia va rivista. Non sarà facile considerate le distanze tra industriali e sindacati con questi ultimi che più volte hanno detto il loro «basta» alla moderazione salariale. Ma non sarà facile anche per le sensibili differenze che sul modello contrattuale ci sono tra Cgil, Cisl e Uil: per la confederazione di Corso d’Italia, infatti, una quota di produttività va distribuita già con il contratto nazionale. Le altre due la pensano diversamente.