Salari e scorciatoia fiscale (A.Recanatesi)

05/10/2007
    venerdì 5 ottobre 2007

      Pagina 26 – Commenti

      I salari e la (inutile) scorciatoia fiscale

        Alfredo Recanatesi

          L’interpretazione più diffusa dei fischi di Mirafiori è quella che li attribuisce non tanto al protocollo di luglio sul welfare sottoposto a referendum, quanto al sempre più diffuso disagio che affligge tante categorie di lavoratori a seguito della erosione che da anni ormai colpisce il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni.

          Già dalle statistiche convenzionali che pongono a confronto l’andamento di questi redditi con l’indice generale dei prezzi dimostra la loro sostanziale stazionarietà da almeno dieci anni. Ma quel che più conta è che di questi redditi è sensibilmente cresciuta la quota assorbita dalle spese ineludibili – l’alimentazione, la casa, i trasporti, la scuola – dalle quali residua sempre meno: poco, niente e spesso meno che niente. L’unica speranza alla quale queste disgraziate categorie potevano attaccarsi era l’avvento di un governo di centro sinistra. Questo si è trovato, così, depositario di un compito particolarmente arduo perché il deprezzamento del fattore lavoro è un fenomeno che investe tutti i Paesi più evoluti, è in atto da almeno quindici anni e ci vorranno comunque anni per poter arrestare ed invertire questa tendenza. Una tendenza, peraltro, che in Italia si manifesta più accentuata che altrove, per cui merita fermarsi almeno sulle possibilità che possono esserci intanto per neutralizzare questo fattore peggiorativo.

          Il dibattito in materia si arrovella per individuare, nel quadro del metodo della concertazione, soluzioni basate su denominatori comuni che possano essere accettati da Confindustria e dai sindacati: defiscalizzazione degli straordinari, premi ai lavori nei giorni festivi e semifestivi, riduzione della tosatura fiscale e contributiva del salario o dello stipendio lordo. Soluzioni di questo genere sono comprensibili in una ottica di parte: è ovvio che alla Confindustria può star bene un ulteriore guadagno di flessibilità ed una maggiore gratificazione dei lavoratori senza alcun costo per le imprese, com’è ovvio che può star bene ai sindacati concordare un incremento purchessia del netto in busta paga. Ma soluzioni di questo genere – la riduzione del cuneo fiscale insegna – non portano lontano non solo perché il problema non si risolve con qualche decina di euro che si possano aggiungere a redditi che spesso non raggiungono i mille euro, ma soprattutto perché si addossa a carico del bilancio pubblico, vale a dire della collettività, una soluzione, peraltro contingente, che deve venire dalla attività produttiva.

          I salari sono la misura del livello di benessere dei salariati. Due sono i fattori che ne determinano il livello: la quantità di ricchezza che viene prodotta ed il modo in cui viene distribuita; entrambi questi fattori evolvono da anni a sfavore della consistenza dei salari. Cominciando dalla distribuzione, si fa un gran parlare della competitività che impedisce alle imprese di essere più generose con i lavoratori nella distribuzione dei loro margini, ma nello stesso tempo si fa un gran tacere del fatto che le stesse ragioni della competitività non impediscono ai profitti di salire anche in tempi, come gli anni passati, nei quali la produttività del lavoro è addirittura diminuita. È un effetto, questo, della globalizzazione che richiama, e mantiene, gli investimenti la dove possono rendere maggiormente. Di conseguenza, attraverso lo strumento fiscale certamente qualcosa si può fare, ma sarebbe azzardato ritenere che da questa direzione possa venire la decisa e durevole svolta che possa far tacere i fischi.

          La soluzione, quindi, sta nell’aumento della quantità di ricchezza. Il sistema produttivo italiano ne produce poca perché vi hanno un peso ancora rilevante le imprese impegnate su produzioni a scarsa specializzazione che si confrontano con quelle dei Paesi a basso costo. Gli imprenditori giocano sulla scarsa produttività e sull’equivoco che nasce comunemente sull’accezione di questo termine. La produttività non è una funzione dell’impegno del lavoratore e della sua disponibilità a fornire la prestazione secondo le esigenze dell’azienda. La produttività è soprattutto funzione della specializzazione, dei contenuti di innovazione, quindi del valore aggiunto delle produzioni nelle quali il lavoratore viene impiegato.

          Uno stesso lavoratore sarà poco produttivo se impiegato a produrre rubinetteria che, potendo essere prodotta in Asia, deve essere venduta ad un prezzo che a fatica compensa i costi, mentre sarà assai produttivo se impiegato a produrre elicotteri che si fabbricano solo in Paesi evoluti almeno quanto il nostro. Ma in quale attività venire impiegato non dipende dal lavoratore, ma dalla domanda di lavoro delle imprese. Queste non investono in innovazione ed esclusività un po’ perché in grandissimo numero sono piccole e, quindi, non hanno la struttura e la capacità finanziaria per evolvere in questo senso (non è un caso se, mediamente, la produttività nelle grandi imprese è molto maggiore che nelle piccole); un po’ perché la loro inerzia è salvaguardata: un tempo dalle svalutazioni che di tanto in tanto tonificavano la loro competitività ed i loro margini (il Nord-est esplose dopo la crisi valutaria del 1992), più recentemente con benefici fiscali e, soprattutto, con un contenimento del costo del lavoro fatto di bassi salari e di flessibilità impropriamente impiegata.

          Una volta riconosciuto – e ce n’è voluto – che i salari sono troppo bassi, speriamo che ora ci voglia meno tempo per individuare le cause reali, non di comodo, che determinano questo arretramento delle condizioni nelle quali versa tanta parte della nostra società e che, ancor prima, determinano il declino della capacità del sistema produttivo di generare un valore aggiunto adeguato alle legittime ambizioni di un Paese come l’Italia. La concertazione, pur necessaria ad aggregare il consenso più vasto possibile, non è sufficiente a delineare ed indurre una svolta in questo senso. È la politica che deve delineare una strategia per definire l’obiettivo verso il quale il sistema produttivo deve andare e spingerlo in quella direzione.

          Non è facile, questo è certo. Ma almeno si rinunci, soprattutto dopo le esperienze già fatte, ad usare dello strumento fiscale nella illusione di poter così favorire la sopravvivenza di un sistema fatto di piccole imprese dedite per lo più a produzioni povere: in fondo a questa strada non c’è che l’equiparazione dei salari italiani a quelli, se non cinesi, almeno polacchi o rumeni. Del resto, lo afferma la teoria del capitalismo: perché una impresa dovrebbe affrontare l’impegno ed i rischi del cambiamento se è messa in condizione di essere profittevole senza cambiare?