Salari, corsa a due velocità

04/12/2003



      Giovedí 04 Dicembre 2003


      Salari, corsa a due velocità

      I confederali accusano: il Governo fa saltare la politica dei redditi


      ROMA – Pochi maledetti e subito. Erano i soldi in busta paga dei dipendenti pubblici. Garantiti da un efficace sistema di relazioni sindacali dove la politica era sempre in grado fare fronte agli aumenti. Ora la questione salariale parte da qui. Da relazioni sindacali impazzite dove il Governo, direttamente o indirettamente, è controparte ma non è più in grado di provvedere alla copertura finanziaria dei contratti. Dove i sindacati fissano gli aumenti un gradino più su di quelli privati «proprio perché la dinamica salariale è spenta, gli aumenti arrivano almeno con due anni di ritardo con una perdita del potere d’acquisto secca», come dicono all’unisono Cisl e Uil. La vicenda del trasporto pubblico locale assomiglia, in alcune anomalie, a quella del pubblico impiego. In tutti e due i casi il Governo ha un ruolo, in tutte e due i casi c’è stato un rimpallo di responsabilità dall’Economia agli Enti locali. In tutti e due i casi l’aumento (in un caso ottenuto, nell’altro richiesto) è di 106 euro: più dei meccanici, 90 euro, più di quello che chiederanno i chimici nel loro rinnovo, circa 98 euro. Ma in tutte e due i casi gli aumenti non si sono ancora visti in busta-paga: solo i dipendenti pubblici l’avranno (fatte alcune eccezioni) a gennaio 2004. «Il Governo sta facendo saltare la politica dei redditi. In questi settori, cioè il pubblico e quello che gli ruota intorno, c’è una perdita del potere d’acquisto secca. Innanzitutto perché gli aumenti salariali non arrivano alla scadenza ma con ritardi fuori dall’ordinario. A questo si aggiunge il problema-inflazione su cui l’Esecutivo, contrariamente all’accordo del 23 luglio, non sta facendo nulla». È Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl, che punta l’indice contro il Governo e su un sistema di relazioni sindacali letteralmente in tilt. «Nel privato i contratti si sono chiusi, i rinnovi economici ci sono stati nonostante la congiuntura negativa. C’è un problema invece nelle sedi negoziali dove la politica, il Governo o i governi locali, ha un ruolo di controparte», dice Santini che ha una soluzione «riformare al contrattazione e decentrare i salari». Il punto è che le ragioni di opportunità politica non si conciliano con le ragioni della finanza pubblica e del patto di stabilità interno. Nel contratto del pubblico impiego il vicepremier Fini firmò un’intesa con i sindacati per aumenti di 106 euro senza fare i conti con il ministro Tremonti. Era il febbraio 2002, in piena battaglia sull’articolo 18 e il Governo non voleva che lo sciopero generale del pubblico impiego esasperasse ancora di più il clima sociale. Quei soldi hanno vissuto quello che stanno vivendo gli stessi 106 euro del trasporto pubblico locale: un rimpallo tra responsabilità. Nel caso del pubblico impiego, il ministro Tremonti chiedeva la copertura per i dipendenti degli enti locali ai governi locali che accusavano il Governo di aver tagliato i trasferimenti. Ora, nel trasporto pubblico locale, si vede più o meno lo stesso film: le aziende aspettano le risorse delle Regioni che aspettano che il Governo sblocchi l’accisa sulla benzina. «In questa anomalia, c’è una responsabilità sociale della rappresentanza. Abbiamo condannato quello che è accaduto a Milano ma – spiega Fabrizio Solari, segretario generale Filt-Cgil – i fatti hanno una loro causa: sono due anni che assistiamo al rimpallo di responsabilità tra le aziende, che hanno bisogno di copertura pubblica per il 65%, le Regioni che dopo il decentramento devono provvedere a stanziare le risorse ma che imputano al Governo il taglio di trasferimento e il blocco della fiscalità locale». In questo contesto, la sede negoziale del contratto è assolutamente virtuale: le aziende di fatto non possono disporre della trattativa senza segnali dal Governo o dalle Regioni. I sindacati non nascondono la preoccupazione perché sentono che gli sta sfuggendo di mano la partita negoziale. «È ovvio – spiega Antonio Foccillo, segretario confederale Uil – che i lavoratori non si sentono garantiti: quando gli aumenti, se arrivano, vanno in busta paga dopo due anni, con un’inflazione che è percepita a un livello superiore da quello rilevato dall’Istat, l’insofferenza aumenta». E il sindacato deve necessariamente recuperare sulle richieste salariali.

      LINA PALMERINI