Sacconi: lo Statuto dei lavoratori va superato, intese tra le parti

20/05/2010

«Nel ’70 avevo vent’anni, i riformisti sostenevano quei diritti, il Pci no. Adesso lo Statuto dei lavori»
ROMA — « Nel 1970 avevo vent’anni, ma ero già impegnato nei giovani del Psi e ricordo benissimo che noi riformisti vivemmo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori come una grande conquista, un simbolo del riformismo. Oggi celebriamo la legge 300 con una larga condivisione, ma è bene ricordare che allora non fu così». Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, nel giorno dei 40 anni dello Statuto, vuole ristabilire la verità storica. Come andarono le cose? «Che quelli che oggi dichiarano intoccabile lo Statuto allora non lo condivisero. Il Pci si astenne. Nella dichiarazione di voto, l’onorevole Giuseppe Sacchi parlò di "una legge che autorizza i padroni a continuare a calpestare la Costituzione nei luoghi di lavoro". Il giurista Ugo Natoli, sulla rivista giuridica della Cgil, sostenne che lo Statuto era "totalmente inadeguato al fine della tutela della libertà nelle fabbriche"».
Ma ora siete voi riformisti a voler cambiare lo Statuto.
«Noi restiamo ancorati ai valori dello Statuto, cioè alla protezione della persona nel lavoro e nel mercato del lavoro. Ma l’attuazione di questo valore e dei diritti e delle tutele che lo sostengono richiedono un aggiornamento. Da un lato quindi celebriamo lo Statuto — oggi parteciperò al convegno della Fondazione Craxi e della Uil e dedicherò 3 aule del ministero a Gino Giugni, Giacomo Brodolini e Carlo Donat-Cattin— e dall’altro ci prepariamo a riformarlo». Come? «Le prime indicazioni saranno contenute nel piano triennale del lavoro che proporrò alla consultazione con le parti sociali. Poi il governo varerà un disegno di legge delega per lo Statuto dei lavori». Quando? «Se ce la facciamo prima dell’estate, altrimenti subito dopo». Perché «Statuto dei lavori»? «È una definizione di Marco Biagi, che guardava a tutti i lavori meritevoli di protezioni. Si tratta cioè di estendere le tutele al di là del mondo del lavoro dipendente. Con la legge Biagi sono state già introdotte norme sulla maternità e la giusta remunerazione per i collaboratori. Si possono rafforzare. Non deve essere possibile che, per dire, in un call center un lavoratore a progetto riceva un compenso e in un altro un compenso incredibilmente inferiore».
Tutele per tutti e poi?
«Soprattutto tutele appropriate alle singole situazioni. Nello Statuto rinnovato troveranno conferma i diritti inderogabili di legge mentre per le tutele varrà il principio di sussidiarietà. Le parti sociali potranno e dovranno adattare ai diversi territori, settori e situazioni d’impresa le tutele per renderle effettive, combinandole con obiettividi competitività e occupazione».
Può fare qualche esempio?
«Prendiamo l’orario di lavoro. Questo può essere regolato dalle parti come meglio credono a Pomigliano per far convergere le esigenze della Fiat con quelle dei lavoratori. Oppure, sulla scia del recente accordo tra Banca Intesa e i sindacati, si possono concordare nuove assunzioni nel Sud in cambio di un salario d’ingresso. Questi sono esempi di adattamento concordato delle tutele per un fine condiviso».
Ma se già si può fare, a che serve il nuovo Statuto?
«A estendere queste possibilità. A promuovere e sostenere il ruolo delle parti sociali, degli enti bilaterali e della mutualità. Quest’ultima può svolgere una importante funzione nel caso dei lavoratori indipendenti che, in mancanza di ammortizzatori, hanno bisogno di introdurre forme di sostegno del reddito su base assicurativa, tanto obbligatoria quanto volontaria. Così come gli enti bilaterali potranno sviluppare le loro esperienze in materia di integrazione del reddito per i lavoratori dipendenti».
Verrà modificato anche l’articolo 18, quello che tutela dai licenziamenti senza giusta causa?
«Escludiamo interventi unilaterali. Il cuore delle tutele oggi non è l’articolo 18, ma la formazione vera. È questa che fa la differenza, che dà occupabilità al lavoratore. Dobbiamo partire dal recente accordo sulla formazione e realizzare sul territorio un sistema formativo legato ai luoghi di lavoro e orientato dai fabbisogni professionali».
Avete già provato nel 2002 a modificare l’articolo 18. Poi con la legge Biagi è aumentata la flessibilità. Troppo secondo il presidente della Camera, Fini.
«Ma qualcuno davvero pensa che la precarietà sia figlia delle tipologie contrattuali e che se le cancellassimo avremmo più occupati a tempo indeterminato? La precarietà si supera solo investendo sulle competenze e quindi sull’occupabilità, incoraggiando così le aziende a trattenere e fidelizzare il lavoratore. Bisogna liberare il lavoro dal centralismo regolatorio per liberare i lavori».