Un sabato strano a Ikea: lo sciopero fa un deserto, alte adesioni tra i lavoratori

08/06/2015   (Il Manifesto)

Le bandiere rosse del sindacato davanti a Ikea non si erano mai viste: deve essere successo qualcosa di grosso, se l`oasi scandinava dove tutto si monta e si smonta con-la massima armonia è arrivata allo sciopero. E in effetti i 6 mila dipendenti dei 21 ipermercati italiani dell`arredo low cost sono arrivati al limite dopo che l`azienda ha improvvisamente deciso di disdettare l`integrativo: ieri la protesta indetta da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil ha visto adesioni dal 60% al 95%, con il relativo rallentamento delle vendite. A Genova il negozio è rimasto chiuso, a Salerno le casse si sono bloccate a lungo, e anche a Bologna i servizi sono stati erogati a singhiozzo visto che a lavorare erano rimasti soltanto i manager. Ma i disagi si sono sentiti in tutta Italia: «Ingorghi, file, lunghe attese. Postazioni vuote, diversi bar e ristoranti chiusi nella giornata di massima affluenza delle famiglie, il sabato spiega Giuliana Mesina, segretaria nazionale Filcams, dal presidio di Firenze – A quanto ci risulta, però, alla fine l`azienda non ha fatto ricorso agli interinali per sostituire chi scioperava». Già l`anno scorso, ínsíeme ad altre associate a Federdistribuzione – Coin, Carrefour, Auchan, Esselunga – Ikea era uscita dal contratto nazionale di Confcommercio, con il risultato che si è già perso l`ultimo rinnovo siglato e i relativi aumenti. Ma non è bastato, perché poco dopo l`apertura del tavolo per l`integrativo, la settimana scorsa di punto in bianco il colosso svedese ha deciso di buttare all`aria anche 1` integrativo, disdettandolo unilateralmente. «Una chiara spada di Damocle per farci accettare di firmarne uno nuovo, con tagli lineari pesantissimi sui salari, ma noi non ci stiamo e abbiamo reagito con lo sciopero», spiega la sindacalista della Cgil. Esigenze legate al «mutato contesto economico», spiega la multinazionale, che certamente ha visto calare,le vendite a causa della crisi, scenario che il sindacato non si sente di negare: «La crisi c`è stata – ammette Mesina – ma Ikea resta un`azienda sana e non ha un euro di rosso. Questo grazie a una saggia gestione degli investimenti da parte della dirigenza, ma anche per le scelte fatte dal sindacato, con diversi accordi che hanno ritardato la maturazione delle in- dennità. Contrattiamo con Ikea da 25 anni, le relazioni sono sempre state buone, e non accettiamo di venire bollati come “irresponsabili” per aver deciso lo sciopero. Adesso siamo disponibili a lavorare su flessibilità e produttività, ma quello che ci viene richiesto, il taglio lineare dei salari, è inaccettabile». «I diritti non si smontano», recita lo slogan sui cartelli delle tute giallo-blu. Ed effettivamente Ikea si è messa di buzzo buono per «smontare» veri e propri pezzi di busta paga che una volta persi non si potrebbero recuperare più: «Innanzitutto minacciano il salario aziendale consolidato, maturato per anzianità, che vorrebbero trasformare in variabile – spiegano alla Filcams - Si tratta di almeno 70-80 euro per un full time». C`è poi il capitolo delle maggiorazioni domenicali, che vista l`alta incidenza del part time (il 70% dei dipendenti, 24 ore medie settimanali) rappresentano una vera e propria bombola d`ossigeno per stipendi al limite della sopravvivenza e in molti casi sotto gli 800 euro: «Le maggiorazioni si attestano tra il 40% e il 70%, con punte isolate del 130% – dice la Filcams - Se le decurtano è una rovina per tanti». Un incontro con l`azienda è già fissato per il 12, un altro per il 25: il problema è capire quanto ci sia di «tattico» nell`irrigidimento di Ikea, o se davvero non sia mutato in modo definitivo l`approccio di una multinazionale che fino a ieri appariva assolutamente friendly verso i suoi dipendenti. «il governo ci sta ignorando del tutto, trascura l`intero settore della grande distribuzione, per cui non esiste una strategia né una idea di sviluppo- conclude Mesina, della Filcams Cgil - Basti pensare ai 1426 licenziamenti annunciati da Auchan, alle recenti tensioni in Carrefour. Le aperture h24 della liberalizzazione targata Monti, a cui ci siamo opposti fin dall`inizio, non hanno portato un posto di lavoro in più. Ora vorremmo capire se la politica italiana ha qualche idea sul futuro dei milioni di lavoratori dei servizi, o se ha deciso di lasciarci esposti alla deregulation totale».