Rutelli vuole lavoratori flessibili

13/10/2004


            mercoledì 13 ottobre 2004

            Rutelli vuole lavoratori flessibili
            «La legge Biagi non si deve abolire, va modificata». Parte della sinistra e la Cgil vogliono cancellarla

            Simone Collini

            ROMA Non è passato molto tempo da quando Francesco Rutelli ha detto in un’intervista che non tutte le leggi approvate in questa legislatura con i voti della Casa delle libertà andranno abrogate quando il centrosinistra andrà al governo. Allora, ne nacque un piccolo caso, che però si chiuse in poco tempo, anche perché quella del presidente della Margherita apparve più che altro un’osservazione di buon senso, visto che il leader diellino non entrava troppo nei particolari. Ora Rutelli torna sulla questione, facendo però precisi riferimenti: «La legge sulla flessibilità del mercato del lavoro non bisogna abolirla, ma modificarla, affiancando a questa flessibilità delle garanzie e delle tutele, dalla pensione agli ammortizzatori sociali».

            Il leader della Margherita parla della legge 30 del febbraio 2003, quella che la Casa delle libertà chiama legge Biagi, quella che abolisce il divieto di intermediazione di manodopera, introdotto nel 1960 per contrastare il lavoro nero, quella che sancisce il lavoro in affitto e quello a chiamata, il part time sciolto da ogni vincolo di contrattazione collettiva e il lavoro a progetto che non prevede casi di malattia o infortunio. «Certamente una parte delle leggi della Cdl andranno cambiate, come ad esempio la legge sul falso in bilancio, o soppresse, come nel caso della riforma dell’ordinamento giudiziario». La legge 30, invece, andrà migliorata «in modo nettissimo», ma non abolita perché, spiega l’ex sindaco di Roma, «dobbiamo dare delle certezze alle famiglie, non si possono cambiare ogni giorno le cose».


            Contrariamente a quanto avvenuto la volta scorsa, le parole del presidente della Margherita non hanno suscitato grande eco. Chissà se è un caso che l’unica critica che arriva dal fronte delle opposizioni fa riferimento al vertice di lunedì della cosiddetta Grande alleanza democratica, chiuso nella soddisfazione generale. Dice Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione comunista alla Camera: «Trovo francamente incredibile, dopo la riuscita di una così importante riunione come quella di ieri, che si continui a perseguire una politica che non prefigura un’alternativa reale al governo Berlusconi». Per il presidente dei deputati del Prc «c’è qualcosa di paradossale nel fatto che mentre Berlusconi è in crisi per le sue politiche, qualcuno nel centrosinistra pensi di assumerne gli effetti. Così alla fine il rischio è di perdere consensi e di perdere le elezioni».


            Non è però un segreto che oltre a Bertinotti – che nella dodicesima tesi per il prossimo congresso parla di «azione di bonifica sul terreno civile, economico e sociale» riferendosi alla «abrogazione della legge 30, della legge Bossi-Fini, della legge Moratti» – anche la sinistra Ds giudica necessaria l’abrogazione della legge del febbraio 2003. Si legge negli «appunti per il congresso Ds» preparati dal Correntone: «La Legge 30, che trasforma il mercato italiano del lavoro in un autentico supermercato, dove non troverebbero più posto nemmeno i contratti collettivi, deve essere abrogata».


            Così come non è un segreto la netta contrarietà della Cgil nei confronti di questa legge. Nelle 17 pagine scritte dalla segreteria del sindacato guidato da Guglielmo Epifani e date come contributo per il futuro programma a tutti i leader della cosiddetta Gad, Prodi compreso, si legge nel capitolo «Tutela del lavoro»: «Occorre ridare centralità al contratto a tempo indeterminato, facendo della flessibilità un’eccezione e non la regola». Un’iniziativa che non è piaciuta alla Cisl, che infatti l’ha criticata apertamente. La Margherita, invece, era rimasta in silenzio. Fino a ieri.