Ruffolo: flessibilità, ma con regole

27/12/2000

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Mercoledì 27 Dicembre 2000
italia – politica
Lavoro e Stato sociale

«Evitare le battaglie ideologiche, sì ai contratti diversificati».
Ruffolo: flessibilità, ma con regole

ROMA Cambiare con gradualità e senza mai dimenticare le esigenze del lavoratore, che per essere produttivo e partecipare alla crescita della competitività non deve essere oppresso dalla paura della disoccupazione. Giorgio Ruffolo, il presidente del Cer, europarlamentare per il Centro-sinistra, non esclude un ricorso anche massiccio alla flessibilità, anche contrattuale, per far fronte alle esigenze di competitività. Ma chiede che questi cambiamenti si svolgano in un clima ordinato e senza dare luogo a forme di anarchia e di sfruttamento.

Professor Ruffolo, le esigenze di competitività chiedono cambiamenti sostanziali alle regole di funzionamento del mercato del lavoro. È possibile cambiare le regole del gioco?

È possibile se, per prima cosa, si evitano le battaglie ideologiche. Non amo quelli che dicono che non si deve cambiare niente o quelli per i quali si deve cambiare tutto. Non deve fare scandalo un intervento sul mercato del lavoro, perché questo non è immutabile, risente dei vincoli economici e tecnologici, delle esigenze di competenza e di competitività, come tutti gli atti economici.

Questi mutamenti però vanno governati.

Certo, altrimenti il mercato si trasforma in un souk. Bisogna vedere allora quali regole debbano valere, quali siano i problemi ai quali occorre far fronte. Il mercato del lavoro non è più quello che era con Ford e Taylor, adesso produzioni e consumi sono differenziati e non è uno scandalo se anche i contratti di lavoro si diversificano. Questo però non deve tradursi in una perdita delle protezioni e delle garanzie legislative e sociali. Si tratta di passare dal contratto di lavoro a tempo indeterminato fermo teoricamente per tutta la vita a situazioni estremamente differenziate, con tempi e modi di lavoro anche molto diversi tra loro.

Fino a dove deve spingersi la flessibilità?

Importante è che non diventi anarchia e che la differenziazione non porti una forma di sfruttamento. Si può ottenere un’idonea e adeguata protezione sociale del lavoratore anche in una condizione di lavoro differenziata. Marx opponeva la forza lavoro e il lavoratore, diceva che l’economia non aveva bisogno del lavoratore, ma solo della sua forza di lavoro, del suo tempo di lavoro indifferenziato. Questo valeva ai suoi tempi, non adesso. Oggi l’organizzazione del lavoro non ha bisogno del tempo del lavoratore, ma della sua intelligenza, della sua autonomia, della sua partecipazione. Per questo non si deve proteggere più la merce lavoro indifferenziata, ma il lavoratore nella sua integrità e per farlo dobbiamo accompagnare la sua vita produttiva, anche se cambia lavoro, assicurandogli istruzione e formazione professionale adeguate, che valorizzino la sua prestazione. Cerchiamo di renderci conto che non esistono più i padroni delle ferriere e non ci sono nemmeno più i lavoratori dell’800.

Il lavoratore è garantito dalla flessibilità?

Ci sono due tipi di flessibilità, quelle a favore dell’impresa, quando si chiede al lavoratore la sua disponibilità a cambiare lavoro, a spostarsi da un luogo all’altro, a cambiare contratto. E quelle a favore del lavoratore, la sua disponibilità a disporre del tempo che gli serve per la sua qualificazione, il suo acculturamento, il suo riposo.

Se il contratto di lavoro deve seguire le esigenze dell’individuo, è più utile un sistema contrattuale meno standardizzato, che dia più spazio al livello aziendale che a quello nazionale?

Nessuno scandalo a passare da contratti collettivi a contratti più specifici, se si applica il principio della sussidiarietà. Alcune garanzie, proprio per le loro caratteristiche, debbono essere definite al livello nazionale, ma certamente i contratti aziendali riflettono le condizioni specifiche del lavoro e dell’impresa in un dato momento.

La stessa disponibilità vale per la flessibilità in uscita?

Io sono contrario alla libertà di licenziare. Perché gli imprenditori devono essere difesi da loro stessi. Il loro interesse fondamentale, lo dicono nelle loro retoriche, ma poi non lo applicano, è quello di avere una partecipazione attiva e coinvolta del lavoratore. Ma per averla non si deve fare del lavoratore una persona ansiosa, incerta del proprio futuro, angosciata dal pericolo di poter cadere da un momento all’altro nella disoccupazione. Il lavoratore è una merce strana, una merce che pensa. Bisogna fare molta attenzione a fare sfoggio di liberismo in questo campo, si rischia di avere un risultato diverso da quello che si cercava.

Mercato del lavoro e Welfare state sono fortemente collegati. Lei crede che una modifica dell’uno porti la necessità di intervenire anche sullo stato sociale?

Non capisco perché sempre più spesso si tenda a dichiarare che le rigidità dello stato sociale impongano un regime di bassa occupazione. Negli anni 60 e 70 lo stato sociale dava proprio nei paesi dove era applicato con maggiore ampiezza i benefici della piena occupazione. Dove è scritto che la protezione sociale nuoce alla produzione? Si tratta naturalmente di vedere in quali forme intervenire a garanzia dai rischi che riguardano l’occupazione, la salute, l’ambiente. Un sano mercato del lavoro poggia sulle strutture di un grande stato sociale.

Lei raccomanda cautela?

Importante è che ci sia una protezione sociale efficiente. Che lo Stato sociale non diventi burocrazia, disfunzioni amministrative, code, ingiustizie. Ci sono fallimenti del mercato, ma anche quelli dello Stato sociale. Non dico che non si debba intervenire, dico di farlo con intelligenza, cercando di non gettare via il bambino con l’acqua sporca, di far crescere sano questo bambino. Un lavoratore più sicuro è più produttivo e più coinvolto nel suo lavoro.

Come assicurare competitività e occupazione assieme?

Ci sono due modi per essere competitivi. Si può esserlo attraverso la compressione dei costi, in primis quello del lavoro oppure ricercandolo attraverso un aumento di produttività, di ricerca, di investimenti. La prima via mi sembra grossolana. Scelgo la seconda.

Massimo Mascini