Rottura annunciata tra governo e Cgil

25/06/2001

Lunedi’ 25.6.2001









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Lunedì 25 Giugno 2001
Rottura annunciata tra governo e Cgil
Scontro sui contratti a termine e sulla flessibilità
Roberto Giovannini
ROMA Sarà sui contratti a termine e sulla flessibilità del mercato del lavoro il primo scontro tra Cgil e governo Berlusconi. La rottura verrà consacrata con ogni probabilità mercoledì sera. In coda al vertice di Palazzo Chigi in cui l’esecutivo illustrerà alle confederazioni sindacali le linee guida del documento di programmazione economica, Berlusconi, Giulio Tremonti e Roberto Maroni chiederanno formalmente al sindacato guidato da Sergio Cofferati di aderire al progetto di «avviso comune» messo a punto da Confindustria, Cisl e Uil per il recepimento nella normativa italiana della direttiva europea che regolamenta il ricorso a questo strumento di assunzione «flessibile».
Al ministero del Welfare parlano di un «tentativo sincero» per convincere la Cgil a recedere dal suo polemico «no» al documento concordato da Confindustria-Cisl-Uil il 20 aprile scorso. Ma non sono previste né ci saranno modifiche in senso «vincolistico» di un avviso comune che (anzi) il nuovo governo di centrodestra valuta un passo appena appena sufficiente nella direzione di una ampia liberalizzazione del mercato del lavoro. Se fosse stato possibile, il governo avrebbe preferito norme ancor meno stringenti; ma il testo – definito dopo oltre un anno di negoziati – ormai c’è. E al governo Berlusconi va bene così, perché consente «libertà di assunzione, non libertà di licenziamento». Probabilmente Confcommercio, Confesercenti, Lega delle Cooperative, Confapi e Cna – che non avevano sottoscritto il testo di Confindustria-Cisl-Uil, più per ragioni tattiche che per ragioni di merito – accetteranno la proposta del governo. Al contrario, la Cgil manterrà la sua totale opposizione a un testo che giudica un passo verso una deregolamentazione dei contratti a termine, che peggiorerà in modo significativo la situazione dei lavoratori assunti a termine, e ridurrà lo spazio per le assunzioni «stabili» a tempo indeterminato a favore di quelle più precarie e instabili.
Una volta recepita la Direttiva europea (nella versione dell’«avviso comune») i contratti a termine saranno assolutamente liberi in caso di assunzione di lavoratori sopra i 55 anni. Non ci saranno tetti quantitativi, ma semplici vincoli di durata (da concordare a livello aziendale), in caso di assunzioni di giovani e nelle fasi di avvio di una nuova impresa.
In tutti gli altri casi, la legge demanderà alla contrattazione collettiva di categoria il tetto massimo per i contratti a termine, mentre stabilirà – senza rinvio alla contrattazione, come invece chiedeva la Cgil – i motivi che rendono possibile il ricorso a questa tipologia contrattuale (le cosiddette causali). Saranno espressamente vietate assunzioni con contratto a termine da parte di aziende che hanno lavoratori in cassa integrazione o che abbiano licenziato lavoratori con le stesse mansioni a meno che il nuovo rapporto di lavoro sia superiore ai tre mesi. Impossibile anche, per evidenti ragioni, assumere dipendenti a termine per sostituire lavoratori in sciopero. In ogni caso, un posto di lavoro potrà essere coperto dall’impresa con un contratto a termine per non più di tre anni e con un solo rinnovo.
La Cgil ha già annunciato che reagirà: con una raffica di ricorsi giuridici, in particolare presso la Corte di Giustizia Europea. L’obiettivo, dimostrare che l’avviso comune approvato dal Parlamento italiano di fatto va oltre i limiti stabiliti dalla Direttiva Ue. Insomma, sarà scontro: politico, sociale, sindacale, ma anche a suon di carte bollate.