Romiti spinge Confindustria a trattare sull’articolo 18

17/01/2002


 
Pagina 8 – Economia
 
IL RETROSCENA
 
Ciampi ascolta le ragioni delle parti sociali per riportare in vita la concertazione
 
Romiti spinge Confindustria a trattare sull’articolo 18
 
 
 
Berlusconi non è più persuaso dell’ineluttabilità di una resa dei conti con il sindacato
Il presidente di Rcs: "Alle imprese non conviene violare il tabù dei licenziamenti"
 
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
MASSIMO GIANNINI

La concertazione è morta. Ciampi l’ha inventata e codificata come metodo di governo. Ora, per il solo fatto di ascoltare le ragioni e i torti di chi ne è protagonista, tenta di rimetterla in vita. Prova a ridarle una dignità e una cornice istituzionale. Ma c’è di più. Il tentativo del Quirinale apre uno spiraglio alla riapertura del confronto. L’offerta del governo Berlusconi è questa: nel dibattito in Parlamento sulla legge delega per il mercato del lavoro, può passare lo stralcio della riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Confindustria è pronta al «sacrificio». In cambio, il sindacato deve accettare in blocco l’intero pacchetto di riforme che resta sul tappeto, a partire dalla decontribuzione previdenziale.
Negli incontri di questi giorni, il presidente della Repubblica non suggerisce soluzioni. Si limita ad esortare le parti al dialogo. Insiste soprattutto su un punto: a chi conviene il conflitto sociale, soprattutto in un ciclo di cattiva congiuntura? E come sempre, indica la stella polare: quali sono gli orientamenti dell’Europa sul tema del Welfare? Cosa suggerisce la Commissione Ue sulle pensioni? E cosa prescrive la Carta dei diritti sui licenziamenti? Come si fa a non tenerne conto in Italia? Berlusconi, già alle prese con una delicatissima partita sulla giustizia, non sembra più troppo persuaso dell’ineluttabilità di una resa dei conti con il sindacato. All’interno del governo deve fare i conti con un fronte oltranzista, rappresentato soprattutto da Tremonti, uomocerniera tra il liberismo forzista e il populismo leghista, che ha inevitabilmente trascinato dalla sua parte anche Maroni. Questo fronte scommette sull’irripetibilità della sconfitta del ’94, quando un’oceanica manifestazione di piazza contro il primo governo Berlusconi fu il preludio alle sue dimissioni. Per due ragioni. La prima è che la mezza riforma previdenziale appena varata per delega non scioglie il nodo dei trattamenti di anzianità: non tocca le pensioni «padane» e quindi mette al riparo la maggioranza dal pericolo di un nuovo tradimento di Bossi, come invece accadde 7 anni fa. La seconda è che sia la decontribuzione sia la modifica dell’articolo 18 riguardano i nuovi assunti: una platea sulla quale il sindacato confederale ha poca presa, e rispetto alla quale ha minori chance di mobilitare lo zoccolo duro della sua rappresentanza, fatta di lavoratori ultracinquantenni e di pensionati.
Su questa linea del Piave, la Confindustria ha stretto un patto di ferro con il governo. Consenso politico, in cambio delle deleghe su pensioni e mercato del lavoro. Finora ha funzionato. Quello che è fallito è invece il tentativo congiunto, di Maroni e di D’Amato, di isolare la Cgil da Cisl e Uil, e di infilare un cuneo definitivo tra Cofferati, Pezzotta e Angeletti. Il sindacato, al contrario, ha trovato nella manovra a tenaglia governoConfindustria la spinta per il rilancio di una nuova versione dell’unità sindacale: «siamo divisi, ma colpiremo uniti». I primi scioperi regionali, a partire da quelli all’Ilva di Taranto, segnalano un’adesione sorprendente.
Questi segnali, uniti alla pressione di Ciampi, suggeriscono prudenza al governo. Il tema sul quale si può riaprire la partita col sindacato sono i licenziamenti. Maroni l’ha spiegato al capo dello Stato, l’altro ieri sera. «Noi ci siamo spinti troppo in là, dicendo che la trattativa con le parti sociali era chiusa. Qualcosa si può rimettere in moto, ma il passo lo deve fare il Parlamento». Il vertice di maggioranza di ieri pomeriggio ha confermato questa ipotesi. Formalmente il governo si dichiara contrario allo stralcio dell’articolo 18. Sostanzialmente una sponda per l’eventuale compromesso parlamentare è già visibile, e la prestano ancora una volta i Ccd di Marco Follini, i veri moderati della Casa delle Libertà.
Confindustria, ufficialmente, resta fedele all’accordo tacito sottoscritto con Berlusconi. Ma dai più alti vertici arrivano più miti consigli. Non è più solo la Fiat, a invocare pace sociale. Anche Cesare Romiti, in queste ore, fa pressioni su D’Amato, di cui è stato uno dei grandi elettori: «Quello dei licenziamenti, per i sindacati, è un tabù intoccabile. Alle imprese non conviene violarlo, e mettersi contro Cgil, Cisl e Uil su tutto il resto…». Il senso è chiaro: sull’articolo 18 si può mollare, perché nelle imprese il modo per gestire gli esuberi si trova sempre, ma a patto che il sindacato lasci passare tutto il resto, a partire dalle pensioni. Lunedì prossimo, dopo l’incontro con Ciampi, si saprà se la moral suasion di Romiti ha dato i suoi frutti con D’Amato. Resta l’incognita del sindacato. Per Cofferati, che l’ha richiesto per primo, lo stralcio dell’articolo 18 sarebbe una vittoria. Ma il leader della Cgil, in questa fase, non si accontenta, e punta all’intera posta: «Il governo cede sui licenziamenti? A me va benissimo. Ma se non mollano sulla decontribuzione è inutile. Se credono che ci basti salvare l’articolo 18 si illudono: sulle pensioni, se possibile, saremo ancora più intransigenti». L’ennesimo no di Cofferati, per ora, trova d’accordo Cisl e Uil. Ma Pezzotta inquadra la contesa in una prospettiva diversa: «La battaglia la faccio e ne sono pienamente convinto è la linea del leader della Cisl ma se da governo e Confindustria otteniamo qualcosa in Parlamento io, alla fine, a un accordo ci voglio arrivare…».
Se tutto va come Ciampi spera e se la partita si riapre, è probabile che la mossa finale spetti di nuovo a Cofferati. Il segretario della Cgil dovrà chiedersi se, avendo vinto sull’articolo 18, valga la pena di rompere lo stesso. Al di là della condivisibilità o meno dei suoi contenuti, il presunto «impianto riformatore» del centrodestra, soprattutto se depurato anche della libertà di licenziamento, è davvero modesto: non prevede un ridisegno globale del Welfare, non risolve le iniquità del «patto intergenerazionale», non riordina gli ammortizzatori sociali. Confindustria sbaglia a puntellare il Cavaliere in modo così smaccato, vista l’inconsistenza della sua politica economica. Ma per lo stesso motivo, forse, il sindacato può evitare di dichiarargli una guerra totale.