Roma grida «no alla guerra infinita»

14/04/2003

      domenica 12 aprile 2003

      Roma grida «no alla guerra infinita»

      Centinaia di migliaia di pacifisti in corteo con una immensa bandiera arcobaleno

      Enrico Fierro

      ROMA Di nuovo in piazza. Di nuovo in tanti. Nonostante lo sciopero dei ferrovieri, il boicottaggio di Trenitalia e le gite pasquali che hanno sottratto preziosi gran turismo agli organizzatori. Cinquecentomila per le strade di Roma. Con le loro bandiere e soprattutto le loro emozioni, i loro sentimenti e le loro mille ragioni. Le loro teste, quelle che da settimane una invincibile armata di intellettuali d’assalto, politologi, generali in pantofole da talk-show bellici, si preoccupa di incasellare e soprattutto di convincere. Primo a «sorridere», secondo a «non andare in piazza». Loro no, non hanno sorriso e in piazza ci sono andati. Hanno discusso formando capannelli, contestando o apprezzando questo o quel leader politico, applaudendo e fischiando. Perché il movimento per la pace è variegato come i colori della sua bandiera – Beati costruttori di pace, volontari di Emergency, disobbedienti di Casarini & Caruso, rifondaroli, diessini, popolari della Margherita, verdi, comunisti italiani, scout, cattolici, anarchici-individualisti, cigiellini, cislini e aclisti, uomini e donne senza partito o organizzazione alcuna -, insomma: gente che ragiona, di politica e di pace e guerra. E hanno portato la bandiera arcobaleno-record: la più grande del mondo con il suo chilometro di lunghezza e i suoi 13 metri di larghezza. Un gran bel colpo d’occhio. Alla faccia di Ignazio La Russa. L’onorevole Simpson - detto anche «arrendersi o perire» – aveva fatto una proposta ai vituperati pacifisti: «Portatemi tre bandiere arcobaleno e ve ne darò una tricolore». In piazza gliene hanno portate decine di migliaia.

      Inizia puntuale alle due del pomeriggio il corteo. Roma accoglie i manifestanti con un cielo grigio. Che dopo pochi minuti si apre e diventa «sempre più blu», come urla un Rino Gaetano d’annata sparato a tutto volume dagli alto parlanti. Musica di lotta e musica triste. Ma anche musica di speranza. C’è Ivano Fossati che canta «alzati che si sta alzando la canzone popolare» e nelle orecchie dei dirigenti dell’Ulivo presenti suscita più di una nostalgia. E musica di fraternità. Una canzone, un reperto archeologico stranamente cantata da ragazzini sedicenni, «Uh mammà», di Mimmo Cavallo , che ad un certo punto fa così: «So fratelli a noi, so fratelli a noi ce vengono a liberà…». Chi? Gli americani, ovviamente. Diciamolo subito: gli slogan e le parole d’ordine contro Bush, la sua amministrazione e il suo progetto di guerra infinita, sono tantissimi. Urlati anche da insospettabili. Come i cittadini americani riuniti sotto lo striscione «Statunitensi contro la guerra». Sfilano nel corteo con le loro facce e il loro abbigliamento da intellettuali del Village e fanno il pieno di applausi e strette di mano. Uno di loro porta un cartello con su scritto «Not in our name», non in nostro nome. «Bush – spiega – ha fatto questa guerra in nome del popolo ameri cano, non è così: la guerra è stata fatta in nome e per conto delle grandi compagnie petrolifere».

      Passa lo striscione di «Un ponte per Baghdad» e capisci perché i pacifisti non hanno riso a tutta bocca davanti alle scene dell’ingresso delle truppe angloamericane a Baghdad. Una signora ha uno di quei cartelli composti con le foto degli iracheni prima della guerra. È il volto di un bambino, Rahmn Jassin, sette anni, scuola elementare. Sorride. «Dov’è adesso questo bimbo? E’ vivo, o è morto sotto le macerie di una casa di Baghdad, oppure lo hanno ucciso ad un posto di blocco? E se è vivo, ha pane con cui sfamarsi, medicine con cui curarsi, un tetto, una scuola, un giocattolo per dimenticare la guerra?». Mille domande. Nessuna risposta. Tantissime lacrime. Sincere. Che però non smuovono i cuori di pietra. Meno che mai quello di Sandro Bondi, granitico portavoce di Forza Italia. Leggete cosa dichiara mentre il corteo ancora sfila per Roma: «I manifestanti sono l’espressione di un vuoto morale e ideale che viene riempito dai cascami di vecchie ideologie». La ricetta per il futuro? Eccola: «Bisogna far crescere una nuova generazione educata alla coscienza della serietà e della drammaticità della vita, ai valori della libertà e al dovere di assumere responsabilità per la difesa della civiltà democratica». Credere, obbedire, combattere. Un signore issa un cartello ironico: «Ho voglia di vomitare. Senza se e senza ma». Il corteo, Bondi a parte, va. Lungo, chilometrico. Passa lo striscione bianco di «Emergency», non ci sono scritti slogan, basta la sigla. Teresa Strada parla al cellulare con suo marito Gino. Che è a Baghdad, dove ha portato la sua esperienza di chirurgo di guerra e soprattutto tanti medicinali e strumenti sanitari. Gino Strada racconta la situazione drammatica degli ospedali nella capitale irachena. Si sta già rimboccando le maniche per fare il suo mestiere: salvare vite. E’ pacifismo.

      Sfila il corteo. Con i nomi delle regioni e delle città scritti sugli striscioni e sulle bandiere di sindacati e associazioni: Sicilia, Calabria, Basilicata, Bari, Potenza, Venezia, Trentino Alto Adige. Pezzi d’Italia venuti a Roma. Vigili nell’uniforme delle grandi occasioni portano il gonfalone di Rosignano Marittima, Livorno. L’assessore Fiamma Neri ha la fascia tricolore. «Sono qui perché la mia comunità si sente vicina alle vittime di questa guerra». Uno slogan spiritoso dalle delegate Fiom di Venezia: «E’ brutto, è basso, è anche un po’ pelato. Ma chi c. l’ha votato?». Ogni riferimento a Silvio Berlusconi è voluto. Passano quelli di «Greenpeace». «Onu, risorgi per l’Iraq», portano scritto sugli striscioni.

      No, questa volta non è come il 15 febbraio. Allora, forse, l’illusione era quella di fermare davvero la guerra. Oggi, la speranza è quella di rendere il dopoguerra meno ingiusto e pesante per il popolo iracheno. Il dolore è per le vittime. Tutte, senza se e senza ma. Un gruppo di ragazzi a Piazza Venezia pianta croci nei giardinetti. Sono tante, troppe. Fanno impressione. Nel mezzo c’è un cartello: «Spenta la tv restano i morti». La pietà è il sentimento prevalente. Più forte della stupidità di quei pochi che a Piazza Barberini prendono a sprangate un negozio di «Blockbuster» (vengono scacciati con energia dalle gente del corteo), o dei «disobbedienti» che imbrattano di vernice rossa un bancomat a Piazza Barberini e altri due, in Via Nazionale e a Piazza Venezia, e poi gli danno fuoco con i fumogeni. Inutile tentare un approccio (l’unica spiegazione che ricevo è da trogloditi, eccola: «Me rode troppo il culo per essere pacifista»). Un signore anziano, siamo a Piazza Venezia, spegne il piccolo incendio del bancomat imprecando. «Questo s. non ha capito che il nostro è un grande movimento di pace. Ecco: ora si è guadagnato una bella foto sul giornale di Feltri». Circo Massimo, un minuto di silenzio. I pacifisti si stendono a terra in migliaia, mimano la morte. La morte preventiva in Iraq. «Il 15 febbraio volevamo fermare il conflitto, adesso vogliamo democrazia» Gli striscioni degli enti locali «Not in our name» Cittadini americani riuniti sotto lo striscione «Statunitensi contro la guerra».