Roma. Ci vediamo in “piazza Ikea” il sogno di una vita da arredare

24/10/2002

24 Ottobre 2002












 

Qui tutto è possibile, gridano i cataloghi ai clienti
Ci vediamo in "piazza Ikea"

il sogno di una vita da arredare


elena stancanelli

Non lo so come fanno quelli che dicono che noia questa giornata, perché non andiamo da Ikea? e poi ci vanno. Io se voglio andare da Ikea senza avere un crollo psichico, ho bisogno di preparami almeno per una settimana. Devo fare namiorenghecchiò soltanto per riuscire ad affrontare la questione dello svincolo dal raccordo, che se vieni da sud tanto tanto, ma se arrivi da Tiburtina entri in un ginepraio pauroso. Le frecce sono minuscole confronto all’immensità di ciò che indicano. Perché?
E’ la filosofia Ikea. Ce la puoi fare. Sforzati, aguzza lo sguardo e l’intelligenza. E i clienti di Ikea, quando finalmente parcheggiano, sentono un po’ di aver superato il primo esame. Io almeno mi sento così. Tutto è possibile, gridano i cataloghi di Ikea: sistemare tre letti a castello in 30 metri quadri, arredare la casa da cima a fondo con uno stipendio da insegnante, ricavare un vano cucina dietro la vasca da bagno…
Però, il mondo Ikea ha le sue regole. Appena entri ti trovi davanti allo Smland, che a causa del cerchietto capisci subito che è una parola svedese, ma poi non la sai pronunciare perché nella nostra lingua non c’è modo di pronunciare un cerchietto se non dicendo "cerchietto". Lì, compilato un modulo, devi abbandonare tuo figlio, novello Buchettino, nella foresta misteriosa. In questo modo, mentre lui razzola in una marana di palle di diverso colore, o si riposa dentro uno zoccolo di legno grande come una Smart, potrai andartene in giro con il tuo sacchettone giallo sotto il braccio. Qualcuno i figli se li porta dietro, ma nel mondo Ikea è un po’ una figuraccia.
La cosa diabolica è che a illustrarmi l’utilità dello Smland sono tre ragazzi di vent’anni con piercing e tatuaggi, che tracannano birra al magnifico bar svedese del primo piano. E senza alcuna ironia. Li avevo avvicinati perché sentivo avvicinarsi la crisi da inadeguatezza. Intorno a me, da ore, avevo soltanto donne incinte e coppie sorridenti che si tenevano per mano. Avevo notato che la popolazione di Ikea è composta al 50% da uomini, dato questo che non solo è imparagonabile con quello di qualsiasi altro negozio, ma che supera addirittura quello della media della popolazione mondiale. E ognuno di loro, uomo o donna, ha un progetto. Se si potesse sfruttare l’energia che viaggia per i corridoi di Ikea, il fremito di speranza, di attesa di felicità per una vita nuova tutta da arredare con librerie in faggio e portautensili di alluminio, potremmo rinunciare alla benzina, e magari evitare di bombardare per l’ennesima volta, inutilmente, l’Iraq. E’ una specie di utero sempre gravido di domani. Cioè il posto giusto dove tentare il suicidio nel caso le tue aspettative rispetto al futuro si limitino alla speranza di sopravvivere solo un altro po’, abbastanza da vedere la fine di questo governo, o leggere il prossimo libro di Philip Roth. Ecco perché avevo avvicinato quei ragazzi, perché pensavo che anche loro si sentissero così. Che mi dicessero che vengono da Ikea solo per rimorchiare le svedesi, per far l’amore nei letti di faggio quando si voltano le commesse, per tirarsi dietro le polpette ai mirtilli. La signora Rossi è attesa da suo figlio Mario allo smolend, la signora Rossi… smolend, ecco come si pronuncia, proprio come in inglese e infatti vuol dire piccolo paese. Io guardo i tre ragazzi e sorrido, penso adesso facciamo una bella battutaccia su questo paradiso terrestre che va bene per gli svedesi ma qui, dove i bambini lasciati nelle foreste urlano come aquile, ci vuol altro che uno zoccolone di legno grande come un’automobile per trasformare il caos del mondo in un catalogo di prelibatezze. Adesso ce ne andiamo, noi, adesso usciamo da questo piccolo paese idiota e andiamo di nuovo a comprare i letti, le sedie, le cucine a gas nei negozi dell’usato o a Porta Portese, come abbiamo sempre fatto.
E invece loro il letto lo comprano qui. Perché costa meno e qui si può provare.

Ed è divertente. Allora faccio anch’io quello per cui tutti, anche i tre architetti baresi, anche la mamma di Trapani sostengono valga la pena di venire qui, sfidando traffico e chilometri: vado a provare le stanze. Mi butto sui letti, mi siedo a tavola di cucine stile country, fingo di battere i tasti di computer in uffici ipertecnologici, mi guardo negli specchi di bagni vezzosi. Entro ed esco da vite possibili, senza fare alcuno sforzo per inventarle. E intorno a me decine di persone fanno la stessa cosa. Mentre mi spaparanzo su un matrimoniale con spalliera mi volto e trovo un uomo accanto a me. Ci guardiamo e in quel momento siamo marito e moglie. Ma la moglie, quella vera, ci raggiunge come un falco e, seppure impedita dalla gravidanza avanzata, si riprende lo sposo tirandolo per un braccio. Dentro Ikea una cosa come questa è imperdonabile. Perché Ikea è peggio della vita. Nella vita si tradisce, si perde tempo, a volte ci si abbandona alla disperazione. Qui si marcia come soldati dell’esercito della felicità, e guai a disertare. E questo, se io fossi Philip Dick, sarebbe l’inizio per un altro spaventoso e bellissimo romanzo.