Ritratto di famiglia con badante un’emergenza sociale in un doc

21/01/2010

Dialogo tra un’operatrice e una «badante». «In Italia gli anziani sono molto sfortunati», dice la donna di origini andine. «Perché da voi?» s’interroga la giovane operatrice. «Da noi non è così, perché a quell’età non ci arriviamo». Ecco, è questo il fulcro di Ritratto di famiglia con badante, l’acuto documentario di Alessandra Speciale in concorso, tra molti altri, al Trieste Film Festival che apre oggi i battenti per proseguire fino al 28 gennaio. Ancora un lavoro che apre uno
squarcio sull’universo della vecchiaia e sulla sua «cura» dopo il sorprendente Valentina Postika in attesa di partire della giovanissima Caterina Carone che, col racconto dell’anziano partigiano comunista e della sua badante, ha trionfato allo scorso Festival di Torino.
Ma se lì il tema ampliava lo sguardo sulla Storia e, in qualche modo, sulla conservazione della memoria, qui Alessandra Speciale, navigata documentarista milanese, va dritta al problema in termini sociali. In questo nostro occidente in cui l’aspettativa di vita è in continua crescita, la «gestione» di questi «anni in più» è vissuta come una sorta di «peso» che, nella maggior parte dei casi, viene «scaricato » sulle spalle di quell’esercito di «badanti», costrette per necessità ad improvvisarsi anche «infermiere », là dove esistono problematiche assai complesse come l’Alzheimer.
Eccoci dunque di fronte a questo «ritratto di famiglia», la stessa della regista, dove la nonna, ultranovantenne, passa le sue giornate affidata alle cure di Elizabeth, una ragazza latino americana. I gesti quotidiani, la pulizia dell’anziana donna, gli spaghetti o le minestrine. E, soprattutto, le piccole-grandi difficoltà di comunicazione. La donna sente poco e quando Elizabeth alza la voce per spiegarsi, la nonna si sente aggredita e reagisce male. Hai voglia, come la invita a fare la madre – della regista – che torna la sera con la spesa, ad invitare Elizabeth «ad usare dolcezza anche se non ti viene voglia». La questione centrale è, come spiega Alessandra Speciale, «che in questi casi si sottovaluta come il lavoro di cura e di assistenza non sia cosa da tutti. Troppo spesso, superficialmente, si pensa che certe cose
siano prerogativa delle donne, quindi tutte sono buone. Ma non è così. E questo è il punto di vista critico con cui affronto il problema». Senza i «buonismi» di rito ma con sguardo equilibrato sulle ragioni e i bisogni dell’uno e dell’altro – «nonne » e badanti – la regista allarga lo sguardo al vasto mondo delle straniere a Milano che periodicamente si trovano agli «sportelli» dei centri di «collocamento».
EMERGENZA SOCIALE
Quelli che la regista ha frequentato per un anno per realizzare il suo documentario.
Spesso sono donne «alla canna del gas» disposte ad accettare qualunque situazione per trovare un alloggio. E un lavoro per mantenere la loro famiglia rimasta in patria. «Vorrei una nonna più buona», dice una di loro dopo anni passati con un’anziana malata di Alzheimer.
Le richieste per questo tipo di problematica sono le maggiori. Ma le stesse famiglie non chiariscono fino in fondo di che tipo di malattia sia realmente. «Mi avevano detto che si trattava di una donna che si dimenticava le cose», racconta una ragazza dell’est.
Quello che manca,insomma, conclude la regista «è una preparazione, una formazione per questo tipo di assistenza. D’altro canto la badante è l’unica possibilità per mantenere in casa l’anziano, senza sradicarlo » e risparmiargli, dunque, il trauma «dell’istituto», quei gironi infernali dei ricoveri per anziani, divenuti ormai veri e propri luoghi di «terminazione ». Ma allo stesso tempo «ascoltiamo» anche le ragioni delle «badanti». «Assistere un malato di
Alzheimer più di un certo tempo – conclude Alessandra Speciale – non è umanamente possibile. L’assistenza24 ore su 24 di un anziano significa seppellirsi vivi. Ci vorrebbero delle turnazioni,mai costi sono troppo alti e non tutte le famiglie possono permetterselo. Per questo ci dovrebbe essere un aiuto economico da parte delle istituzioni. Oltre ad una necessaria formazione del personale ».Ma al momento l’unica cosa che sembra disponibile è il razzismo verso chi, suo malgrado, è costretto ad occuparsi di noi.