Ritorno Al Passato: Ipermercati In Crisi E Si Rivedono I Piccoli

06/05/2015   (Il Fatto Quotidiano)

E dire che il 2014 doveva essere “l`anno nero”. A giudicare dalle avvisaglie, il 2015 della grande distribuzione rischia di essere quello zero. In tempi di Jobs act, per capire quanto il lavoro non lo si crei per legge, basta osservare l`effetto che il crollo dei consumi sta avendo su un settore esangue, con stranieri che fuggono e colossi che prospettano chiusure. Premessa: il sistema è a un punto di svolta, e fa i conti con abitudini che si stanno modificando. La domanda interna è depressa, fatta da consumatori che evitano i grandi punti vendita, privilegiando i piccoli acquisti. In Inghilterra, per dire, il gruppo di distribuzione britannico Tesco ha chiuso il bilancio con una perdita record di 6,4 miliardi di sterline, la più grande del settore e una delle più gravi nella storia del marchio: a fine mese sono state chiuse 43 filiali. Negli Stati Uniti il sistema degli shopping mali, i grandi centri commerciali, arranca. Negli ultimi dieci anni hanno chiuso i battenti in una decina e le previsioni parlano di un`altra sessantina nel prossimo futuro. Auchan taglia 1.500 lavoratori, la solidarietà non basta In Italia, dal 2012 a oggi, solo nel settore alimentare si sono persi nove grandi ipermercati e 25 supermercati, mentre i grandi gruppi fanno i conti con fatturati in calo e perdite consistenti. Stando ai dati del Sole 24 Ore, nello stesso periodo i piccoli supermercati sono invece aumentati di 20 unità. Ma il vero boom l`hanno fatto registrare i discount: negli ultimi sei anni ne sono stati aperti oltre mille (portando il totale a 4.500). “Le vendite sono pesantemente scese per il crollo dei consumi delle famiglie”, spiega il presidente di Federdistribuzione (che racchiude quasi tutte le grandi catene) Giovanni Cobolli Gigli. Gli acquisti sono scesi del tre per cento negli ultimi tre anni. Secondo Cobolli Gigli, “le aziende stanno cercando di tutelare il potere d`acquisto dei consumatori, con attività di incentivazione e convenienza, ma così facendo la redditività è diminuita. Nel 2013 quel- la dell`intero settore, alimentare e non, è stata addirittura negativa: -0,1 per cento di utile sul fatturato”. Nel 2006 era positiva di 1,6 punti. Nello stesso periodo, gli investimenti si sono praticamente dimezzati, scendendo da 4,5 a 2,5 miliardi (e solo per ristrutturazioni). “Quando hai compresso al massimo la redditività, arrivano gli esuberi. È il caso di Auchan e di quanto sta succedendo in questi primi mesi del 2015″, spiega Cobolli Gigli. Ad accendere i riflettori sono stati i 1.500 esuberi (su 12 mila lavoratori) annunciati ad aprile dal colosso francese, 267 in Sicilia e 350 nella sola Campania (già falcidiata dalle vertenze Whirlpool-Indesit, Jabil e Alenia). Il gruppo è in crisi da anni, stando ai bilanci ha registrato perdite per 65 milioni nel 2011, 33 nel 2012, 81 nel 2013 e 112 nel 2014, per un totale di 300 milioni di euro in quattro anni. Mentre il fatturato è sceso del 3,3 per cento dal 2009. “Si tratta di un`azienda che ha già fatto un pesante ricorso agli ammortizzatori sociali, con contratti di solidarietà applicati in 21 ipermercati”, spiega Fabrizio Russo della Filcams Cgil. Nella procedura di mobilità di poter presentare un piano commer

l`azienda spiega che tutto questo non è bastato a compensare il calo delle vendite, e occorre ridurre la forza lavoro.

A questo si aggiungono i mancati aumenti per il blocco del contratto nazionale. A marzo scorso quello del commercio (fermo al 2011) è stato rinnovato da Confcommercio, ma non da Federdistribuzione (fuoriuscita dall`associazione a fine 2011), che due anni fa ha disdetto quello in vigore che va avanti per proroghe. Tradotto: i lavoratori non avranno il già esiguo aumento di 85 euro l`anno (1.800 in tutto fino al 2017) ottenuto a marzo dai sindacati e firmato da Confcommercio.

“Una beffa considerando che Auchan ha già ottenuto una deroga al contratto (con la sospensione di quattordicesima e scatti d`anzianità) e blocco della contrattazione integrativa”, lamenta Russo Tutte misure che hanno comba presso non poco i livelli salariali, e il costo del lavoro. Stessa situazione si registra anche in Sma (100 milioni di perdite dal 2014), che fa capo sempre a Auchan.

Il colosso francese è però in buona compagnia: Carrefour ha perso dal 2009 a oggi il 21 per cento del fatturato (600 milioni di vendite negli ultimi tre anni, comprese le cessioni). Dal 2007 ha abbandonato il sud e oggi impiega 8.597 lavoratori nei 56 ipermercati rimasti (erano 12.264 otto anni fa). La fuga generalizzata dal mezzogiorno è l`altra faccia della crisi del settore. La spiegazione non è solo nel crollo dei redditi certificata a febbraio scorso dall`Istat (sono la metà di quelli del centro-nord, il 28 per cento più bassi secondo i dati del Tesoro). Secondo Cobolli Gigli, però, c`è anche un altro aspetto: “Esiste anche un problema di concorrenza sleale, sia dal punto di vista dell`evasione fiscale che di lavoro non regolare e questo mette in seria difficoltà aziende come le nostre. In alcune zone del mezzogiorno non è facile l`attività di un supermercato o un ipermercato che opera in condizioni di correttezza”.

Dai tedeschi a Lombardini, chi fa le valige per dire addio al paese

Sono in molti, però, anche quelli che escono del tutto dal settore. I tedeschi di Billa (ex Standa) hanno lasciato l`Italia vendendo a Conad e alla stessa Carrefour. Peggio è andata a Lombardini che è uscita dal commercio vendendo tutta la rete (compresi 300 di scount) ai francesi e a Coop, Selex, e Md. Nessuno è riuscito a trovare una formula adeguata a un mercato in crisi. “Non c`è una sola azienda in grado di poter presentare un piano commerciale credibile: e non ci sono spiragli di miglioramento”.

Ma la lista è lunga e riguarda tutti i canali di vendita: la catena Mediaworld è pronta a chiudere sette punti vendita (quasi tutti al sud), e ha annunciato  700 esuberi (su 6458 dipendenti), che secondo i sindacati – visto l`alto numero di part time – corrispondono a circa mille persone. Il confronto con l`azienda partirà il 7 maggio: per buona parte potrebbe scattare la cassa integrazione, mentre altri andranno in contratto di solidarietà. Nello stesso tempo, però, l`azienda ha in programma tre nuove aperture. Qui la vicenda si complica. Per buona parte di queste si tratterà di trasferimenti in negozi della stessa città (è il caso di Roma e Milano), ma – denuncia il sindacato di base Usb – in caso di nuove assunzioni verrà applicato il contratto unico a tutele crescenti previsto dal Jobs act, quello senza articolo 18. “Il tema esiste spiega Russo – In caso di acquisti o cessioni di ramo d`azienda, e di ricollocamenti i lavoratori mantengono i diritti acquisiti. Se invece si chiude e riapre in altre regioni, scatta il nuovo contratto. Il rischio c`è”. “Certo è vero che le nuove regole creano vantaggi per chi assume ex-novo, ma le aziende non progettano dismissioni o aperture in base a questi criteri. La logica è quella della razionalizzazione della rete”, continua Cobolli Gigli. Mediamarket, che gestisce le insegne Mediaworld (di proprietà del colosso tedesco Media Saturn holding Gmbh) ha chiuso il bilancio 2014 con una per secondo di 13 milioni di euro. A soffrire, però, è tutto il canale dell`elettronica di consumo: i francesi di Fnac e Darty hanno lasciato la scena, mentre Trony e Unieuro hanno chiuso diversi punti vendita e fatto ricorso ai contratti di solidarietà. Nell`elenco c`è anche Mercatone uno (mobili): dopo essere passato dai contratti di solidarietà, il piano di rilancio è fallito e ora è in amministrazione controllata A rischiare il posto sono 3.500 dipendenti. In solidarietà ci sono anche 82 unità della Rinascente, mentre Limoni-Gardenia  (profumeria) ha avviato la procedura di mobilità per 150 dipendenti, e dichiarato ulteriori 350 esuberi. L`elenco potrebbe continuare. Secondo Federdistribuzione, mentre i ricavi – crollavano, il costo del lavoro saliva. Ma solo in percentuale. Stando ai bilanci, infatti, la voce è invece scesa: dal 2001 Auchan li ha ridotti per 30 milioni di euro, Sma per 14e Carrefour (ipermercati) per 9 milioni. “Le aziende vanno ormai avanti per tentativi, senza piani precisi – continua Russo -. Quel che è certo, però, è che i salari sono scesi. Oltre questo livello, o si progetta qualcosa o è accanimento terapeutico”.