Ristoratori in rivolta contro i buoni pasto

13/06/2005
    lunedì 13 giugno 2005

      Pagina 29

      ESPLODE IL PROBLEMA DOPO DUE ANNI DI POLEMICHE, SEMPRE PIÙ ESERCIZI RIFIUTANO DI ACCETTARE IL PAGAMENTO CON I CARNET

        Ristoratori in rivolta contro i buoni pasto

          Il no parte da McDonald’s. «Ci rimettiamo, ora basta»

            Luigi Grassia

              Molti italiani che superano la pausa di mezzogiorno con i buoni pasto dovranno presto cambiare abitudini. L’intero sistema sta andando a pezzi e la prima avvisaglia è la decisione dei centri di ristoro McDonald’s di non accettare più, a partire da lunedì prossimo, i ticket per mangiare rilasciati dalle imprese. Se le lamentele dei gestori di bar, ristoranti, self-service e tavole calde (che su questo tema durano da almeno due anni) sono serie e non strumentali, c’è da temere che il fronte del rifiuto si estenderà. Il problema coinvolge potenzialmente un milione e 400 mila lavoratori e 80 mila esercizi commerciali che ritirano i buoni in cambio di cibi e bevande, per un giro d’affari di 2,5 miliardi di euro l’anno.

                I conti, lamentano gli operatori, non tornano e il peccato originale risalirebbe a un bando di gara del 2003 con il quale la Consip (che fa gli acquisti per le pubbliche amministrazioni) ha lanciato una gara al massimo ribasso per aggiudicare il servizio da prestare ai pubblici dipendenti. Un cartello di poche società ha conquistato i cinque lotti e di fatto controlla il mercato, in alcuni casi rivalendosi sui ristoratori attraverso un rialzo delle commissioni.

                  L’episodio non è rimasto isolato, anzi ha fatto scuola, così anche le imprese private hanno cominciato a indire gare al ribasso per i buoni pasto. Altri operatori che li emettono hanno vinto queste gare facendo sconti e per rifarsi hanno rialzato le commissioni (dall’uno per cento medio originario a punte attuali del 12 per cento). I ristoratori hanno fatto di necessità virtù abbassando spesso la qualità e la quantità di cioè che viene messo nel piatto, ma questa scappatoia è vista da qualcuno di loro come inaccettabile, perché se utilizzata lederebbe l’immagine del ristoratore medesimo, e allora ecco che l’operatore preferisce uscire dal mercato e non accettare più alcuna convenzione.

                    Per capire il meccanismo bisogna tener presente che il buono pasto costituisce un servizio sostitutivo della mensa aziendale, vantaggioso per le imprese perché evita loro di dover creare strutture e destinare spazi alle mense. Il mercato ha quattro protagonisti: il datore di lavoro, l’impiegato che consuma il pasto, la società che emette i buoni e il ristoratore. Il datore di lavoro prospetta le proprie esigenze alla società emittente, questa propone la soluzione più adatta e il datore di lavoro stabilisce il valore del ticket da elargire ai propri dipendenti. La società emittente cerca e mette a disposizione una rete di punti di ristoro convenzionati. Il dipendente consuma il pasto in uno di questi pagando con il buono pasto, infine la società emittente si occupa del rimborso al ristoratore.

                      Il sistema, nato nei Paesi anglosassoni e diffusosi gradualmente in Italia a partire dal 1976, ha avuto successo anche perché il valore del buono pasto non è assoggettato a tasse e contributi per il lavoratore dipendente fino al valore di 5,29 euro; quindi fornirlo è un modo per girare reddito ai dipendenti senza alcun «cuneo fiscale». Un altro abuso di diritto tollerato di fatto è l’utilizzo dei buoni come moneta corrente. Alcune catene di supermercati hanno fiutato l’affare e accettano in pagamento i ticket; la legge lo vieta e l’espediente per accettarli è che un esercizio commerciale abbia il reparto gastronomia o la tavola calda, mentre in realtà i carnet di biglietti servono a comprare merce diversa da quella per cui sono stati stampati.

                        Nell’uso normale dei buoni i problemi stanno montando perché i lavoratori trovano sempre più spesso che il valore reale del ticket è inferiore a quello teorico eppure i ristoratori dicono di rimetterci comunque perché non riescono a star dietro alla crescita delle commissioni. Gli nel giugno del 2003, appena tre mesi dopo la famosa gara Consip, la Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) organizzò il «no ticket day», cioè una giornata di sciopero di ristoratori contro il sistema buoni pasto che coinvolse 26 mila imprese. Adesso non si tratta più di un giorno ma di porte che si chiudono definitivamente.

                          «Se si continua così il mercato crolla» dichiara Edi Sommariva, che di Fipe-Confcommercio è direttore generale: «Serve un limite ai ribassi nelle gare d’appalto pubbliche e private ed è necessario frenare le commissioni che gli esercenti devono pagare a chi emette i ticket». Gli occhi sono puntati sulla prossima gara della Consip, prevista per l’autunno.

                            Respinge ogni accusa di «cartello» fra emittenti la Gemeaz Cusin, che con il marchio “Ticket Restaurant” è leader del mercato: «L’attuale scenario rivela una situazione di ipercompetitività – afferma Graziella Gavezotti di Gemeaz -, con gli emettitori costretti a vendere alle aziende a prezzi sempre più scontati recuperando redditività nei vari livelli della catena del valore. Questo spiega gli aumenti generalizzati nelle commissioni richieste».