Rispunta la «democrazia» nel lavoro

09/04/2004



 
   

9 Aprile 2004
POLITICA







 
 
Rispunta la «democrazia» nel lavoro
Una proposta di legge della sinistra Ds chiede la verifica dei contratti col voto dei lavoratori
CARLA CASALINI
Un «confronto programmatico a sinistra»? Nessun leader dell’opposizione lesinerebbe parole di conferma a tale prospettiva, ma nella sinistra Ds c’è chi pensa che la via migliore sia cominciare ad agire. Questo l’obiettivo di Alfiero Grandi e Cesare Salvi, che hanno scelto di affrontare una questione politicamente cruciale presentando, rispettivamente alla camera e al senato, una proposta di legge sulla «rappresentanza e democrazia» nei luoghi di lavoro. «Non ci rassegniamo a una fase politica in cui a sinistra ognuno pensa a sé», premettono i due parlamentari nella conferenza stampa, in cui annunciano che questa proposta, assieme ad altre in corso di elaborazione, verranno proposte a un confronto con «gli altri soggetti politici della sinistra» il 22 aprile a Roma (hotel Bologna).

Il problema che affronta questa prima proposta sulla «rappresentanza» è annoso e finora irresoluto. Già ai tempi del governo dell’Ulivo era in discussione in parlamento una corposa legge in materia, che fu però bloccata dall’azione congiunta di forze padronali, e politiche di destra-sinistra. Poi arrivò Berlusconi, e furono prodotte leggi, come la l. 30 in direzione opposta: eliminare la democrazia nei luoghi di lavoro, cancellare la forza rappresentativa del sindacato, titolando le imprese a scegliere per sé l’organizzazione che ritenevano più idonea come «interlocutore». Si ricorderà che, fin dall’inizio, la Cgil fu scelta come esplicito bersaglio dal governo delle destre che tentò in ogni modo di dividere i sindacati legittimando la pratica degli accordi separati.

Clamorosa fu la vicenda dei metalmeccanici, quando Fim e Uilm accettarono improvvidamente di firmare un testo di accordo per il contratto sulla piattaforma della Federmeccanica e si rifiutarono di sottoporre l’accordo – che la Fiom non sottoscrisse – al referendum tra i lavoratori. In quel caso il ministero del lavoro appoggiò l’accordo separato sostenendo: non importa che la Fiom da sola abbia più iscritti di Fim e Uilm messe insieme, perché se 2 organizzazioni su 3 firmano, è sufficiente – anche se non rappresentassero «neppure un lavoratore».

Grandi e Salvi, con il prezioso contributo del giurista Pier Giovanni Alleva, hanno perciò pensato di puntare direttamente al nocciolo della questione – senza affrontare una legge complessa su tutta la materia della rappresentanza, senza toccare l’art.39 della Costituzione, ma proponendo semplicemente alcune modifiche nel codice civile. In sintesi, l’articolata spiegazione in premessa alla proposta, parte sottolineando come tutte le leggi, anche le più recenti, facciano sempre riferimento ai contratti per regolare la «disciplina» del lavoro. E la legge si riferisce solitamente ai contratti collettivi firmati da «sindacati comparativamente più rappresentativi» – la cui validità riguarderà poi di fatti tutti i lavoratori.

L’essenziale è quindi garantire che quei contratti siano «sicuramente» rappresentativi «degli interessi e della volontà della maggioranza dei lavoratori». Perciò, la soluzione tecnico-giuridica adottata per la proposta di legge mira all’efficacia «oggettiva» dei contratti di lavoro collettivi di «diritto comune», e quindi ad aggiungere pochi commi all’art.2077 del codice civile.

Perciò ad esempio, un contratto che sia sottoscritto unitariamente da tutti i sindacati rappresentativi entra immediatamente in vigore: però il 20% dei lavoratori che non ne siano convinti, può sottoporlo a referendum abrogativo nei 60 giorni successivi. Se l’accordo è bocciato, eventuali aumenti di salario già corrisposti, saranno considerati «a titolo di superminimo».

Se invece non c’è una firma unitaria, il contratto non entra immediatamente in vigore e nei successivi 60 giorni può essere richiesto il referendum solo dal 10% dei lavoratori o da uno o più sindacati dissenzienti. Sono i punti principali della legge Grandi-Salvi, che effettivamente, con pochi passaggi semplici, tocca la questione cruciale della democrazia e della titolarità comunque di «ultima istanza» dei lavoratori a decidere sui contratti.