Rischio flop sul nuovo tfr

15/06/2007
    14 giugno 2007 – ANNO XLV N.24

      Pagine 106/107 – Economia

      Il nostro tempo

      Rischio flop sul nuovo tfr

        FONDI PENSIONE Gli italiani che hanno deciso sono una minoranza. Così la Covip lancia una proposta shock. Mentre i ministri litigano.

          Edmondo Rho

            Corsa contro il tempo, e controvento, per la previdenza integrativa. Entro fine giugno 11 milioni di lavoratori delle aziende private devono decidere dove destinare il loro tfr (trattamento di fine rapporto, la vecchia liquidazione). Una scelta difficile, su cui si divide anche il governo: fra chi, come il ministro del Lavoro, il riformista dei Ds Cesare Damiano, è favorevole ai fondi pensione e chi li considera poco sicuri, come il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero di Rifondazione comunista, che invita i lavoratori a lasciare il tfr in azienda.

            «Quelli di Rifondazione hanno in mente un altro disegno: dare il tfr all’Inps per la pensione obbligatoria» avverte Giuliano Cazzola, economista del Centro studi Marco Biagi e docente di diritto della previdenza. Quindi, Rifondazione ha un’idea contraria rispetto al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che propone di spostare verso la previdenza integrativa una parte dei contributi (il 33 per cento delle retribuzioni) oggi destinati all’Inps.

            E i sindacati? Difendono i fondi pensione, «una sfida di innovazione per i mercati finanziari italiani» secondo Domenico Proietti, responsabile previdenza della Uil.

            Con l’obiettivo di far diventare i fondi importanti azionisti, per esempio, di grandi aziende come Fiat o Telecom Italia? «Certo, ampliano gli spazi di partecipazione dei lavoratori alle aziende» risponde Proietti «perciò Rifondazione è contraria. Ha una visione antagonista, sbagliata e arretrata, contro la previdenza complementare».

              Insomma, si litiga. E per i lavoratori aumenta l’incertezza, che può portare una larga maggioranza a non aderire, almeno per ora, alla previdenza complementare: quel che Cazzola chiama «il fallimento dell’operazione. Prevedo che solo nelle grandi aziende, dove è presente il sindacato, ci sarà un buon andamento dei fondi pensione, mentre in quelle fino a 50 dipendenti il tfr resterà in azienda». Secondo alcuni sondaggi, solo il 25 per cento degli italiani ha deciso la destinazione della vecchia liquidazione. Di questo passo si rischia di non raggiungere l’obiettivo del governo che punta, nelle aziende con almeno 50 dipendenti, a far affluire 6 miliardi al fondo di tesoreria amministrato dall’Inps? «Certo, se saranno di meno il governo avrà anche un minore tesoretto su cui contare» nota Cazzola.

                Come uscirne? Una proposta dirompente viene da Luigi Scimia, presidente della Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione. «Se fra tre anni non sarà raggiunto il 50 per cento di adesioni, si potrà fare come in Gran Bretagna, dove si vuole rendere, dal 2012, obbligatoria l’adesione alla previdenza integrativa» dice a Panorama Scimia, che in particolare ha l’idea di «rendere obbligatorio il conferimento del Tfr ai fondi pensione per i nuovi assunti».

                  Scimia è anche d’accordo con il ministro Giuliano Amato che ha proposto una «clausola di salvaguardia» per chi, dopo aver aderito ai fondi, cambia idea. E anche i sindacalisti ammettono questo problema: per Proietti «spaventa a livello psicologico l’elemento dell’irreversibilità della scelta, probabilmente andrà corretto in futuro».

                    Soprattutto gioca a sfavore anche un po’ di sfiducia nei fondi pensione, specialmente dopo le notizie sulle difficoltà di alcune vecchie casse previdenziali, preesistenti alla legge del 1993 (tra cui quelle di banche come Ibi e Comit o del Teatro Carlo Felice di Genova), che danno una certa prestazione definita ai loro iscritti, ma i contributi versati spesso non sono sufficienti e alla fine si scopre di non avere i soldi per erogare le rendite promesse.

                      Spiega Scimia: «Purtroppo abbiamo ancora circa 70 vecchi fondi totalmente o parzialmente a prestazione definita che dobbiamo controllare attentamente. E su questo sono d’accordo con l’idea del ministro Ferrero di studiare un meccanismo per dare una garanzia ai lavoratori».

                        Altro problema dei fondi preesistenti alla legge del 1993 è la loro minore liquidità: arrivano in media al 22,7 per cento di patrimonio in immobili e alcuni addirittura al 50 per cento. Ma è previsto l’adeguamento, entro cinque anni, alle norme dei fondi post 1993, con la possibilità di poter mantenere una proprietà immobiliare fino al 20 per cento del patrimonio.

                          E cosa succede per i nuovi fondi, costituiti dopo la legge del 1993? «Non ci può essere disequilibrio, perché i fondi non sono a prestazione garantita» ricorda Scimia. Almeno su questo i lavoratori possono stare tranquilli.