Rischio chiusura per 80 imprese

17/05/2004


DOMENICA 16 MAGGIO 2004

 
 
Pagina 27 – Economia
 
 
LE CRISI INDUSTRIALI
Rischio chiusura per 80 imprese
100mila posti di lavoro in bilico

ROBERTO MANIA

    Oltre 100 mila posti di lavoro a rischio in tante piccole e medie aziende. E´ l´effetto di una crisi industriale già capillare ma destinata ad allargarsi ulteriormente. Lo scrivono i tecnici della task force per l´occupazione di Palazzo Chigi in un Rapporto sulle vertenze aziendali esaminate dalla presidenza del Consiglio, nel quale si parla di una crisi dalla caratteristiche «simili» a quella del 1992. Dal Rapporto del dipartimento coordinato da Gianfranco Borghini esce un quadro allarmato non solo per il numero di lavoratori coinvolti (direttamente o perché dipendenti di imprese dell´indotto) ma soprattutto per le ricadute che le singole crisi aziendali stanno avendo su aree territoriali molto vaste, in particolare nel Mezzogiorno. Da qui il ricordo del "terribile ?92" che solo nel secondo semestre vide scomparire quasi 600 mila posti di lavoro. Proprio allora venne creata la task force per accompagnare le imprese nel profondo processo di riorganizzazione degli anni novanta.
    Alle analogie con il decennio passato si aggiungono – osservano i tecnici del governo – «elementi di novità correlata alla crisi nel rapporto fra banche e imprese e alle più generali difficoltà finanziarie del sistema produttivo». Gli scandali Cirio e Parmalat, infatti, rendono tortuoso, e talvolta impossibile, l´accesso al credito in particolare per le piccole e medie imprese. E questo finisce per complicare anche le eventuali iniziative di reindustrializzazione. Insomma in molti casi c´è il rischio che – diversamente dagli anni novanta – alla chiusura di un impianto non si possa nemmeno tentare l´avvio di nuove attività, magari in settori diversi (i supermercati al posto delle industrie), per recuperare la forza lavoro.
    Il Rapporto prende in considerazione tutte le crisi aziendali approdate a Palazzo Chigi negli ultimi anni a partire dal 2001. C´è anche il caso Alitalia i cui esuberi – prima dell´ultimo aggiornamento del piano industriale – venivano già quantificati in 3.000.
    A chiedere l´intervento della presidenza del Consiglio sono state, nel periodo considerato dal documento, 80 imprese con circa 62 mila dipendenti diretti e almeno altrettanti nell´indotto. Da qui gli oltre 100 mila a rischio. Sono numeri parziali di una ristrutturazione molto più profonda. Molte crisi, infatti, vengono prima esaminate al ministero delle Attività produttive, altre, soprattutto nella fase conclusiva della riorganizzazione, passano al ministero del Welfare per la concessione degli ammortizzatori sociali.
    Il settore produttivo maggiormente colpito è quello dell´elettronica-componentistica, 20 aziende (pari al 25 per cento del totale) e con oltre 20 mila lavoratori (33 per cento del totale), distribuite un po´ su tutto il territorio ma con una significativa concentrazione in Abruzzo, Campania e Lazio.
    Ci sono poi le aziende che operano nel settore dei trasporti e del commercio che rappresentano il nove per cento dell´insieme delle imprese in difficoltà, con quasi 23 mila addetti pari al 37 per cento del totale. Gli altri settori produttivi coinvolti sono: la meccanica con 21 aziende (25 per cento del totale) e 7.949 addetti (13 per cento); la cantieristica e edilizia, con sei aziende (sette per cento) per 4.080 addetti (sei per cento), il tessile-abbigliamento, 14 aziende (17 per cento) con 2.835 addetti (quattro per cento) e la chimica con sette aziende (nove per cento) per 2.434 addetti (quattro per cento).
    Passando alla distribuzione delle crisi per aree geografiche emerge la netta prevalenza delle regioni meridionali. Non c´è il nord-est che ha arrestato la sua corsa ma non è ancora entrato in zona di crisi; manca anche il Piemonte; fa capolino la Lombardia con una sola impresa metalmeccanica che occupa 68 persone.
    A parte le crisi di carattere nazionale (come per esempio quella dell´Alitalia) il numero più alto di aziende in crisi si concentra nel Lazio con 14 alle cui dipendenze sono quasi 3.200 lavoratori. Il maggior numero di posti di lavoro a rischio si registra in Campania con 3.420 (13 aziende). Seguono l´Abruzzo con 2.473 lavoratori coinvolti nei processi di ristrutturazione e la Sardegna con 2.291.
    Con la carenza di risorse disponibili (per gli incentivi alle imprese non ci sono più di 25 milioni di euro) il fattore tempo diventa decisivo per la soluzione delle crisi. «E´ importante – scrivono i tecnici della presidenza del Consiglio – che le azioni di rilancio produttivo intervengano subito nel tempo di mesi e non di anni. Infatti con gli anni cambia lo scenario della manodopera (difficile la riconversione), cambiano i settori produttivi ed in mercati a causa della rapida evoluzione globale». Peggio del ?92, quando ancora gli imprenditori trevigiani pensavano di trasferire il modello dei distretti a Manfredonia. Ora i distretti migrano in Polonia.