Rischia di rompersi la «rete» del Cinese

13/05/2003



              13/5/2003

              retroscena
              Fabio Martini

              DOPO LA DECISIONE DELL’EX LEADER DELLA CGIL
              Rischia di rompersi la «rete» del Cinese
              Girotondi e Manifesto, Arci e Cobas: è l’ora della delusione

              ROMA
              QUANDO le cose andavano bene e la sua gente lo idolatrava, al Cinese bastava ripetere un abbrivio banale («Prima di tutto buonasera…») e dalle platee emozionate si alzava un boato. Sabato scorso, nella sala congressi di via Saliceto, nella periferia di Bologna, quando Sergio Cofferati ha concluso il suo saluto al congresso nazionale dell’Arci, dalla platea è partito un battimani tiepido, di cortesia verso colui che è stato il leader unico dei movimenti del 2002.

              Ma è già da qualche giorno che una muraglia di freddezza circonda il Cinese. Due giorni fa «il Manifesto», per mesi ultrà cofferatiano, in prima pagina titolava severo: «Cofferati si tira indietro». Soltanto allusioni, ma pesanti da parte dei leader girotondini Paolo Flores d’Arcais e Pancho Pardi, che in una lettera all’«Unità», scrivono: «Una vittoria del no o la mancanza del quorum segnerebbero la vittoria di Berlusconi e di quanti vogliono annullare i diritti dei lavoratori». Il che, nel linguaggio tranchant di Flores e Pardi, significa che anche Cofferati starebbe lavorando per far vincere Berlusconi e far perdere i lavoratori. E Pardi rincara la dose: «Il referendum è una sciagura ma non ci possiamo accodare a chi va al mare…».
              Per un anno Sergio Cofferati ha saputo costruire il suo personaggio sull’intransigenza: in una sinistra ondivaga lui era l’«hombre vertical» che non aveva paura dello scontro. Ma è bastato non tirare più la corda, perché il suo mondo entrasse in crisi. Dal 23 marzo 2002 (la folla oceanica al Circo Massimo) fino al 9 gennaio 2003, giorno dell’abbraccio fiorentino tra Cofferati e Moretti, il Cinese aveva saputo creare attorno a sé una coalizione molto composita che lo riconosceva come lider maximo. Dietro di lui, la Cgil al completo. Tutto il correntone Ds. I girotondi di tutte le anime (Moretti, Flores, Pardi, Sylos Labini). L’ala battagliera dei cattolici (da padre Alex Zanotelli a Rosi Bindi, fino alla Rete Lilliput), l’Arci, i Social Forum, i Cobas, i pacifisti alla Gino Strada. Partitini come il Pdci e i Verdi.
              Ma ieri, i lanci delle agenzie raccontavano un mondo rovesciato: dalemiani che lo avevano avversato senza sconti applaudivano, mentre i tifosi di un tempo (Cgil, mezzo correntone ds, Arci, Verdi) chinavano la testa addolorati. E Marco Ferrando della minoranza di Rifondazione, pronunciava la parola-chiave della tradizione comunista: «Cofferati? Il suo, oggettivamente, è un tradimento». E in queste ore rimbalza la voce di una telefonata aspra, molto aspra tra Epifani e Cofferati. Ma gli scricchiolii nella coalizione cofferatiana erano iniziati già diverse settimane fa. In un articolo pubblicato sul «Manifesto» Giulietto Chiesa, che di Gino Strada è grande amico, aveva suggerito a Cofferati di scegliere la strada di un nuovo soggetto politico, uno scenario cancellato dall’abbraccio al Mugello tra il Cinese e Piero Fassino. Plateale il cambio del «Manifesto».
              Ai primi di gennaio, quando la popolarità di Cofferati era al vertice, il quotidiano comunista pubblicava una vignetta di Vauro che mandava in bestia, sia pure privatamente, Fausto Bertinotti: nel disegno si vedeva il leader di Rifondazione guardare lo specchio («specchio delle mie brame…») e l’immagine riflessa non era la sua, ma quella di Cofferati. Qualche giorno fa lo stesso giornale scriveva: «La partita che sta giocando sull’articolo 18 lo allontana da quelli che fino ad oggi lo hanno sostenuto».
              Nei prossimi giorni Sergio Cofferati è destinato a restare in una terra di nessuno, applaudito da chi lo detesta e fischiato da chi lo amava. Ma il Cinese, evidentemente, non ha alcuna intenzione di dissipare il patrimonio accumulato. «In queste ore – dice la genovese Roberta Pinotti, Ds, una delle poche che riesca a parlare con Cofferati – anche chi dissente dalla scelta del non-voto riconosce che lo strumento del referendum è sbagliato. E dunque la “rete” è destinata di nuovo a ricompattarsi nella difesa dei capisaldi della democrazia».
              Cofferati è intenzionato a non perdere il nuovo «treno» polemico che stanno per lanciare i Girotondi e la Cgil, che giovedì saranno di nuovo in piazza Navona con una nuova parola d’ordine: difendiamo la Costituzione. Dice Cofferati: «Dobbiamo difendere la Costituzione contro chi la vuole snaturare». E Paolo Nerozzi, nuovo uomo forte della Cgil azzarda una previsione: «Sulla difesa della Costituzione, della magistratura e della libera informazione, Guglielmo e Sergio, ma anche i movimenti, marceranno di nuovo uniti».