Rischia di finire nel sommerso l´80% dei Co.co.co.

20/06/2003
     
    VENERDÌ, 20 GIUGNO 2003
     
    Pagina 14 – Economia
    il lavoro precario
    Rischia di finire nel sommerso
    l´80 per cento dei Co.co.co.
     
     
    Saliti a 6 milioni i lavoratori atipici, il 27% degli occupati. I parasubordinati sono 2,4 milioni
    La legge prevede per loro contratti a "progetto", ma solo in pochi vi potranno rientrare
    Per tutti gli altri l´impresa avrà un anno di tempo per decidere se espellerli o assumerli, ma a tempo indeterminato
     
    RICCARDO DE GENNARO

    ROMA – Sono due milioni e 400mila, la categoria di lavoratori più «pesante» in assoluto, il «nocciolo duro» del pianeta-precari, che è fatto di sei milioni di «atipici». Oggi rappresentano l´11 per cento del totale occupati, ma hanno poche certezze, pochi diritti e, in prospettiva, un trattamento pensionistico risibile. È dura la vita del giovane Co.co.co., il collaboratore coordinato e continuativo, altrimenti detto parasubordinato: non può programmare il futuro, gli è quasi impossibile un mutuo, trova duro persino firmare un contratto di affitto e, nel 60 per cento dei casi, guadagna meno di 7.500 euro l´anno. Come se non bastasse, adesso rischia di perdere anche il «posto» di precario e di scivolare all´ultimo gradino della scala occupazionale, quello nel lavoro nero.
    Nel decreto attuativo della riforma del mercato del lavoro, che abolisce le collaborazioni coordinate e continuative per sostituirle con i contratti a progetto, si legge che i rapporti di collaborazione instaurati senza l´individuazione di uno specifico progetto (nel contratto devono essere precisati durata, contenuti del progetto o programma di lavoro, corrispettivo salariale) saranno considerati «rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto». Ecco allora che mentre il governo parla di «stabilizzazione del rapporto di lavoro», la Confindustria lancia l´allarme-rigidità e alcuni giuristi del lavoro paventano addirittura un automatismo dalle conseguenze drammatiche: se non sei lavoratore a progetto sarai assunto a tempo indeterminato. Un terremoto, dicono. Tanto più sconvolgente in quanto, secondo gli economisti on line della Voce.info, solo un quinto dei Co.co.co. è riconducibile, oggi, a un lavoro "a progetto". Tutti gli altri (circa due milioni) potranno essere considerati dipendenti a tempo indeterminato.
    Ma sarà veramente così? In realtà l´articolo 86 del decreto, contenuto nelle norme transitorie e finali, offre una "via d´uscita" ai datori di lavoro: «Le collaborazioni coordinate e continuative che non possono essere ricondotte a un progetto o a una fase di esso mantengono efficacia fino alla loro scadenza e in ogni caso non oltre un anno dalla data di entrata in vigore del presente provvedimento», dice. Insomma, i datori di lavoro avranno un anno di tempo per decidere se espellere quei lavoratori (senza articolo 18) o assumerli. In questo secondo caso, però, dovranno farlo a tempo indeterminato. Di qui la tentazione di cominciare a pagarli in nero o in alternativa di allontanarli. L´Ulivo già parla di prevedibile esplosione del lavoro nero. E la «Voce.info» prevede lunghi e inevitabili strascichi di contenzioso per molti di quei due milioni di parasubordinati a rischio di cessazione del rapporto di lavoro.
    Di fronte a questa generale incertezza, i soli Co.co.co. che avranno un sicuro paracadute saranno quelli «già tutelati». Chi sono? Sono quelli che hanno anche un lavoro di dipendente o una pensione. Nel suo «Terzo rapporto sul lavoro atipico in Italia», l´Ires-Cgil rileva infatti che il 23,1 per cento dei collaboratori coordinati e continuativi è anche lavoratore dipendente e l´11,1 per cento è pensionato. Il rapporto fotografa l´intero universo degli atipici e in particolare dei Co.co.co. Vi si legge che oltre il 55 per cento dei parasubordinati è occupata al Nord, il 23% al Centro, il 20 al Sud, dove la media del reddito si abbassa drasticamente. È a Roma e nel Lazio, tuttavia, che i parasubordinati pesano di più sul totale dell´occupazione: sono il 13,3, a fronte del 6,6 per cento della Calabria, ultima in classifica. Il 38,1 per cento, la fascia più nutrita, sono amministratori e sindaci di società e questo alza un po´ la media dei compensi.