“Riposizionamenti” Non basta la flessibilità

30/03/2006
    mercoled� 29 marzo 2006

      Pagina 6

      LAVORO 2. DOVREBBE ESSERE IL PRIMO PUNTO IN AGENDA PER IL PROSSIMO ESECUTIVO

        Non basta la flessibilit�,
        bisogna aumentare il tasso di sviluppo

          di Gianfranco Polillo

            Non basta la flessibilit�, bisogna aumentare il tasso di sviluppo
            I disordini che infiammano le vie di Parigi sono il riflesso di una malessere pi� grande, che scuote, seppure in forme diverse, l’intera Europa. Le nuove norme giuridiche, che puntano su una maggiore flessibilit� del mercato del lavoro, generano un senso di insicurezza ed alimentano la protesta. L’Italia � il paese che, prima di altri, ha tentato questa via. Vale quindi la pena tentare un primo bilancio di quanto realizzato. Cogliere i risvolti positivi e quelli pi� inquietanti, per cercare la ricetta giusta che dia slancio competitivo ad un continente costretto, dal processo di globalizzazione, a fare i conti con se stesso. Ed avanzare lungo strade fino a ieri inesplorate. L’Italia come laboratorio, in definitiva, dove sia possibile vedere in controluce le speranze e le delusioni di una tendenza pi� generale.

            Da anni, il nostro paese si misura con questo problema: dal pacchetto Treu, alla legge Biagi, il cammino � stato lento e faticoso. E solo oggi � possibile trarre un primo, seppur provvisorio, bilancio. I dati Eurostat ci dicono che dal 2001 ad oggi l’occupazione in Italia � andata meglio che altrove. Rispetto al 2001 l’occupazione � cresciuta, cumulativamente, del 4,7 per cento; contro una media per l’eurozona del 4,3 per cento. Se il confronto si limita ai partners pi� importanti, i risultati sono decisamente migliori. In Germania si � avuta una diminuzione pari allo 0,5 per cento. In Francia un aumento pi� contenuto: del 3,3 per cento. Solo la Spagna, con una crescita del 4,5 per cento, � andata meglio, sull’onda di una robusta congiuntura.

            Il tasso di disoccupazione ha avuto, di conseguenza, un andamento opposto. � cresciuto dal 7,4 del 2001, al 9,7 del 2005 in Germania; dall’8,4 al 9,6 per cento in Francia; dal 7,9 all’8,6 per cento nell’eurozona. L’Italia pu� invece vantare un primato. La riduzione del tasso di disoccupazione � stata pari all’1,4 per cento: inferiore solo alla Spagna che partiva tuttavia da un livello iniziale – il 10,8 per cento – molto pi� alto. Elementi confortanti, quindi. Appena mitigati dai risultati di quest’ultimo anno. I valori Eurostat evidenziano, per l’Italia, un’attenuazione del fenomeno. La Banca d’Italia, per conto suo, approfondendo l’analisi ci dice che gli occupati, nel 2005, sono leggermente aumentati – dello 0,2 per cento – mentre sono diminuite – dello 0,4 per cento – le ore lavorate, a causa di una pi� forte presenza di lavoratori a tempo parziale.

            Fin qui i dati grezzi. Che non danno, per�, una giusta visione del fenomeno. Nel periodo considerato il tasso di sviluppo complessivo dei paesi considerati non � stato uniforme. La Spagna, ad esempio, � cresciuta, in media, quattro volte l’Italia e la Germania. La Francia il doppio. � pertanto necessario sterilizzare questo secondo parametro, calcolando l’elasticit� dell’occupazione rispetto al reddito. Vedere, cio�, come la componente occupazione varia a prescindere dall’andamento dell’economia. Ebbene, in questa simulazione, l’Italia � al primo posto. Presenta, insieme alla Spagna, l’unico coefficiente positivo, con una differenza rispetto a quest’ultima di quasi otto volte. Risultato non sorprendente: l’Italia ha ridotto il tasso di disoccupazione nonostante la stasi sostanziale nella produzione di ricchezza. La Spagna, con un tasso di sviluppo eccezionale almeno per i parametri europei, ne ha diluito l’incidenza.

            Tutto bene, quindi? Purtroppo non � cos�. Ma le ragioni esulano dall’andamento del mercato del lavoro. Attengono invece alle caratteristiche pi� complessive del modello italiano. Negli anni passati la rigidit� delle relazioni industriali costringeva le aziende a forti investimenti. Essi erano necessari per aumentare la produttivit�: sostituendo capitale a lavoro. I beni che si producevano erano, pi� o meno, gli stessi. Si ottenevano, tuttavia, con innovazioni di processo che miglioravano la qualit� della produzione. Ma soprattutto riducevano i costi. Venuta meno la pressione dal basso, le aziende si sono lasciate andare. Non hanno spostato il loro impegno sull’innovazione di prodotto, ma ridotto gli investimenti – specie in macchinari – ed assunto personale ad un costo inferiore. Da qui, la minore crescita economica e la maggiore occupazione relativa.

              Quali insegnamenti trarre da questa dinamica? Rendere flessibile il mercato del lavoro � essenziale, se si vuole tornare ad essere competitivi e rimanere all’interno del processo di globalizzazione. Ma da solo non basta. Affinch� il processo sia socialmente sostenibile, come insegna l’esperienza americana, � necessario che a questa misura si accompagni un maggior tasso di sviluppo complessivo. Solo in questo modo le minori garanzie individuali verso la stabilit� del posto di lavoro potranno essere garantite sul piano collettivo. Sostituendo l’impiego a vita, tipico dell’epoca fordista, con il cambiamento-miglioramento della propria posizione professionale. Se questo non si verifica, la precariet� diventa endemica e sfocia nel conflitto sociale. Come si vede, non basta cambiare il sistema degli ammortizzatori sociali: operazione comunque necessaria. Occorre una politica dell’offerta conseguente per rimettere in moto il processo di sviluppo. Operazione difficile, ma non impossibile. Che richiede, tuttavia, una precondizione. � necessario che il tema diventi, senza se e senza ma, il primo punto all’ordine del giorno dell’agenda politica del futuro governo.