Rimini, cinque arresti per il crack Giacomelli

30/04/2004

    30 Aprile 2004


    RICERCATA PER ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE LA DONNA-IMMAGINE GABRIELLA SPADA, «PREMIO BELLISARIO» L’ANNO SCORSO

    Rimini, cinque arresti per il crack Giacomelli

    Andrea Rossini

    RIMINI
    Il libro nero della finanza italiana si «arricchisce», dopo Cirio e Parmalat, di un altro capitolo giudiziario: cinque tra gli x amministratori del gruppo Giacomelli (commercio all’ingrosso di abbigliamento sportivo), quotato in borsa nel segmento di qualità Star e da ottobre in regime di amministrazione straordinaria, sono finiti in carcere con accuse che vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta alla calunnia, per aver simulato lo smarrimento di assegni, dalla truffa ai creditori all’emissione di fatture false per operazioni inesistenti e false comunicazioni a partire dal ‘97. Gli arresti, richiesti dal pm riminese Luca Bertuzzi e disposti dal Gip Giacomo Gasparini, sono stati eseguiti ieri dagli uomini del Nucleo speciale della Guardia di finanza di Bologna, gli stessi che hanno indagato sui Tanzi.
    Le manette sono scattate ai polsi del fondatore del gruppo Antonio Giacomelli, 64 anni e del figlio Emanuele, 41 anni, del dirigente Stefano Pozzobon, 40 anni, del suo braccio destro Domenico Libri, 33 anni, e del consulente aziendale Vittorio Fracassi, 67 anni. Sono in isolamento e per cinque giorni non potranno avere contatti neppure con i loro difensori. Una sesta ordinanza di custodia era destinata all’ex presidente del gruppo Gabriella Spada, 38 anni, insignita appena lo scorso anno del prestigioso premio «Marisa Bellisario», e già «Imprenditore dell’anno» nel 2000 per Ernst&Young. I finanzieri non l’hanno trovata nella villa di Rimini: la donna-immagine del gruppo, ritratta spesso in pose da modella, sta infatti trascorrendo un periodo di vacanza alle Maldive. Al proprio avvocato ha detto che tornerà in Italia al più presto.
    Appassionata dell’occulto, nel periodo più profondo di crisi del gruppo, stando ad alcuni colloqui captati dagli investigatori (oltre 3000 ore di intercettazioni, di cui circa 700 già trascritte agli atti), assieme al marito Emanuele Giacomelli sottoponeva a una «maga» emiliana le strategie aziendali da adottare. Il ricorso al paranormale non ha impedito ai conti, quelli veri, di scricchiolare fino al collasso. L’ammontare dei debiti del gruppo si avvicina ai 500 milioni di euro, a fronte di attività valutabili in meno di 100 milioni, con danni irreparabili per creditori, obbligazionisti (scade nel 2007 un bond da 100 milioni di euro in mano a 6500 investitori in gran parte «istituzionali» come banche, fondi e assicurazioni) e azionisti (il titolo, sospeso da tempo, è passato da un prezzo iniziale di 2,25 euro a quello ultimo di 0,18).
    Secondo l’ipotesi accusatoria, fin dal ‘97 il sodalizio avrebbe alimentato un giro di fatture false – per 57 milioni di euro solo in tre anni – simulando una redditività inesistente, ma capace di ingannare i vari organismi di controllo, Consob compresa. La sistematica falsificazione dei bilanci e l’espansione in Italia e in Europa, con l’apertura di punti vendita, per gli investigatori era solo il tramite per ottenere nuove e continue linee di credito. Il sodalizio avrebbe perseguito una politica esclusivamente finanziaria, senza logiche commerciali, come dimostrerebbero i prezzi sottocosto e l’esame del magazzino, il cui reale valore si è dimostrato ben al di sotto delle aspettative: una differenza, secondo il capo d’imputazione, di 61 milioni euro. La stessa acquisizione della Longoni, nel luglio 2002 per 76 milioni di euro, dalla quale gli analisti fanno discendere tutti i guai societari, non appare giustificata, soprattutto riguardo all’esorbitante prezzo pagato per una società in perdita e con una forte esposizione bancaria.
    E’ uno dei nodi dell’inchiesta: gran parte dei soldi sono infatti finiti al socio di maggioranza dell’azienda concorrente, un fondo inglese dietro al quale potrebbero nascondersi delle sorprese. Per adesso le «distrazioni» accertate, riconducibili a Emanuele Giacomelli per finalità estranee all’azienda, sono di 468 mila euro; ancora più disinvolta sarebbe stata la moglie, nel finanziare un proprio centro benessere nel cuore di Rimini e nel destinare risorse ad attività voluttuarie. Il suo «stipendio», tra il 2000 e il 2002, quando i conti già scricchiolavano, aumentava di oltre il 50 per cento.