Rimanere al lavoro ora conviene

29/10/2003

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
255, pag. 4 del 28/10/2003
di Gigi Leonardi


MAXIEMENDAMENTO/ Il sistema di incentivazione risulta più consistente di quello precedente.

Rimanere al lavoro ora conviene

Oltre un terzo in più di stipendio, senza pagare altre imposte

Ritardare il pensionamento diventa decisamente conveniente, rispetto all’attuale formula contenuta nella Finanziaria 2001. Il ritocco agli incentivi in busta paga per scoraggiare il ricorso alla pensione di anzianità, nella nuova versione contenuta nell’emendamento, risulta assai accattivante. Si passa infatti dall’attuale 9% al 32,70%, con l’esenzione dall’Iperf , che si traduce in un beneficio immediato superiore a oltre un terzo dello stipendio.

Vecchi incentivi. Per inquadrare meglio il problema occorre premettere che un sistema di incentivazione per favorire il rinvio del pensionamento esiste già, introdotto dalla legge Finanziaria del 2001 (art.75, legge n.388/2000) , dove è stabilito che il dipendente il quale matura i requisiti minimi per la pensione di anzianità, combinando cioè i 35 anni di contributi con i 57 di età (oppure i 37 anni di contribuzione, a prescindere dall’età), possa rinunciare all’ulteriore accredito utile per la pensione, evitando quindi di far versare al proprio datore di lavoro la dovuta contribuzione pensionistica (32,70% della retribuzione). Tutto ciò praticamente si traduce in un aumento dello stipendio nell’ordine del 9% (8,89% per retribuzioni annue 2003 sino a 36.960 euro, e 9,89% sulla quota di retribuzione annua eccedente), in misura pari cioè alla quota di contributo a carico del lavoratore (il restante 23,81% va a beneficio della ditta). Tale disposizione non ha avuto però molta fortuna in quanto sono pochissimi (meno di mille persone nell’arco di tre anni) coloro che finora ne hanno beneficiato.

I motivi dell’insuccesso sono essenzialmente due. Primo, lo sgravio contributivo è legato alla instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro a tempo determinato della durata di almeno due anni; molti dunque non se la sentono di legarsi alla ditta per un minimo di due anni. Ma soprattutto per il fatto che parte dell’aumento della busta paga, dovuto alla mancata trattenuta contributiva, a conti fatti viene risucchiato dal fisco. Su uno stipendio di 30 mila euro all’anno si incassano circa 1.800 euro in più. Per non parlare dell’effetto negativo che si riflette sulla pensione

Facciamo un esempio prendendo a riferimento un lavoratore dipendente di 57 anni di età e 35 di contributi, con un stipendio di 25 mila euro annui. Per i due anni di rinvio oggi ricava una somma complessiva, al lordo dell’Irpef, pari a 4.445 euro (l’8,89% di 50 mila, lo stipendio di due anni). Ma quanto ci perde in pensione?.

È presto detto. Rinunciando ai due anni di accredito contributivo percepirà una pensione inferiore del 4% della retribuzione (aliquota di rendimento del 2% per ogni anno di contribuzione): con 35 anni matura infatti il 70% (di 25 mila euro), e cioè 17.550 l’anno (1.346 euro al mese); con 37 anni avrebbe invece diritto ad una rendita di 18.500 euro (1.423 euro al mese). Nell’arco di 20 anni (avrebbe a quell’epoca 79 anni di età) farebbe a meno di una quota di pensione complessivamente pari a 19 mila euro (differenza tra 18.500 e 17.550 per 20).

Un danno, che si porterebbe dietro per sempre. In buona sostanza , la modesta entità reale dell’attuale incentivo non incoraggia proprio nessuno a rinviare il pensionamento.

Nuovi incentivi. Il nuovo incentivo, come si è detto, è invece molto più consistente, pari cioè all’intera aliquota contributiva destinata al fondo pensioni: 32,7% e per giunta esentasse. Questo significa che chi rinvierà il pensionamento di anzianità, nel periodo 2004-2007 (previa certificazione del raggiungimento del requisito da parte dell’ente di previdenza), potrà continuare a lavorare intascando lo stipendio maggiorato di oltre un terzo, senza pagare ulteriori imposte, né legandosi con alcun contratto (come è previsto oggi). Un lavoratore dipendente (del settore privato, essendo ancora esclusi, come oggi, i dipendenti pubblici) di 57 anni di età e 35 di contributi, con un stipendio lordo annuo di 24 mila euro (1.323,20 euro nette mensili) , alla fine del mese incasserà, oltre al consueto stipendio, una somma aggiuntiva di ben 605 euro (quasi 1 milione e 200 mila delle vecchie lire), con un incremento effettivo di circa il 44%. Naturalmente, non pagando più i contributi, il cui valore entrerà nella sua busta paga anziché nelle casse dell’Inps, non si vedrà di conseguenza accreditare alcuna contribuzione utile alla pensione. In altre parole, la rendita verrà calcolata sulla base degli stipendi e della anzianità contributiva maturata alla data in cui sceglie di continuare a lavorare, e verrà corrisposta materialmente (dopo averla adeguata con la scala mobile) quando cesserà il rapporto di lavoro.

La verifica. Le modalità di attuazione del sistema incentivante saranno stabilite da un apposito decreto interministeriale (welfare ed economia).

La verifica circa il suo successo , in termini di impatto sulla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico sarà effettuata dal governo entro il 30 giugno 2007, che a tal fine si avvarrà dei dati forniti dall’apposito nucleo di valutazione della spesa istituito con ala legge di riforma Dini (art.1, comma 44, della legge n.335/1995).