Riformismo, non pensiero unico – di Giovanni De Luna

25/03/2002
La Stampa web






 Editoriali e opinioni  


Riformismo, non pensiero unico

di Giovanni De Luna

Negli ultimi tre decenni la Cgil si è sempre messa di traverso nei confronti dei progetti politici alimentati dall’estrema sinistra. Le impazienze e le spinte più radicali affiorate ciclicamente si sono infrante contro il granitico pragmatismo della maggiore organizzazione sindacale italiana.
Ma allora per quale bizzarria concettuale Cofferati e i suoi sono stati dipinti come pericolosi estremisti e la fiumana di manifestanti romana è stata giudicata come una catastrofica sconfitta della sinistra riformista?


Molti dei giudizi che, non solo da destra, hanno insistito sul de profundis per i riformisti tendono a far coincidere il «no» alla riforma dell’articolo 18 con il rifiuto di qualsiasi processo riformatore. Inoltre, le radici profonde dello sconcerto si annidano però in una sorta di pigrizia intellettuale che ci ha abituati a vedere il riformismo come un qualcosa scisso dai sentimenti, dalle passioni, come un progetto politico ragionevole e razionale, per definizione destinato a esser coltivato da austere minoranze di politici e di studiosi, assediati dall’estremismo, incompresi da masse immature e radicaleggianti.


E’ vero, tutti i progetti riformisti più seri in Italia sono nati dall’alto. Il giolittismo e il centrosinistra privilegiarono soprattutto il governo e gli strumenti dell’esecutivo per realizzare i propri progetti, attribuendo al proprio ruolo una forte carica "pedagogica". Ma la debolezza intrinseca di quelle esperienze dovrebbe suggerire qualche riflessione. È stata la scissione tra ragione e passione, tra pragmatismo e mobilitazione politica la vera tara genetica di un riformismo italiano che non è mai riuscito a intercettare i grandi movimenti dal basso, a saldare le sue proposte con le spinte dei grandi soggetti sociali. Il prezzo pagato è stato salato e in questo prezzo va messo anche l’anomalia di un partito comunista cresciuto in Italia molto di più che in tutti gli altri paesi occidentali.


La manifestazione di Roma potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase. Lo scenario è maturo. Al governo c’è una coalizione di centro-destra che ha impostato la sua linea su due elementi forti: nessun nemico a destra; legare le proprie riforme agli umori di soggetti sociali (dai nuovi ceti medi alla Confindustria) in grado in questo momento di imprimere dinamismo e visibilità alle proprie scelte collettive.


Un modello di democrazia fisiologicamente conflittuale non può aver timore di una sinistra che – come ha fatto la destra – per una volta smetta di cercare i nemici al suo interno e si decida a trovare la propria legittimazione nella capacità di legarsi a una base sociale per troppo anni orfana di ogni livello di rappresentanza istituzionale.