Riforme, riprende la corsa

23/06/2003

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
146, pag. 3 del 21/6/2003
di Teresa Pittelli


Sindacati e Confindustria pronti a dialogare dopo il patto per lo sviluppo.

Riforme, riprende la corsa

Ma per Cgil, Cisl e Uil pesa il nodo previdenziale

Sindacati e Confindustria pronti a riprendere il cammino unitario per le riforme dopo la firma del patto per lo sviluppo. Ma sul nuovo corso delle relazioni industriali pesa l’alea della partita previdenziale, che il governo non ha ancora deciso definitivamente come gestire. Mentre l’indicazione arrivata nei giorni scorsi da Silvio Berlusconi, secondo il quale ´si procederà sulla strada della delega’, per i sindacati ´è di fatto una risposta negativa alle richieste di Cgil, Cisl e Uil’.

- Il valore dell’accordo. Il patto per lo sviluppo siglato giovedì tra sindacati e Confindustria ´è importante perché apre un confronto vero su Mezzogiorno, infrastrutture, ricerca e formazione’, ha detto ieri Savino Pezzotta, leader della Cisl, sottolineando che ´è la prima volta che il sindacato assume la competitività come obiettivo’. Secondo la Cisl, ma anche per la Uil di Luigi Angeletti, ´su questi quattro temi va aperto un confronto con il governo in vista della preparazione del Dpef’, perché il problema, comunque, è ´quello di trovare le risorse per investire su queste priorità’. Per la Cisl, insomma, l’accordo è una prosecuzione del patto per l’Italia, e quindi può essere la base per firmare un secondo patto con il governo. Una linea condivisa dal presidente di Confindustria, Antonio D’Amato, che ieri ha rilanciato sottolineando che ´senza riforma strutturali l’Italia perderà un pezzo di competitività’. Meno disposta a trattare con il governo, invece, la Cgil, che ha infatti imposto l’inserimento nel preambolo della ´piena autonomia’ delle parti nei confronti dell’esecutivo. L’esito dell’eventuale trattativa, quindi, potrebbe essere l’ennesimo accordo separato, senza la firma di corso Italia.

Per ora, però, le forze sociali guardano all’accordo come a un patto storico, che segna il ritorno della concertazione. E a pensarla così non è solo Pezzotta, o D’Amato che ha parlato di ´recupero della piena responsabilità sindacale da parte della Cgil’, ma anche le forze politiche, sia della maggioranza che dell’opposizione. ´Il patto è un passaggio fondamentale per la modernità del metodo utilizzato dalle parti sociali’, ha commentato Luca Volonté, capogruppo Udc a Montecitorio, mentre Cesare Damiano e Andrea Ranieri (Ds) hanno sottolineato che ´finalmente si ricomincia a parlare di formazione, ricerca, infrastrutture e Mezzogiorno, e si individuano i problemi fondamentali della competitività e della coesione sociale del paese’.

- Il nodo pensioni. Nei giorni scorsi Berlusconi ha assicurato che ´l’esecutivo andrà avanti sulla strada indicata dalla delega’. Un’ipotesi che, se confermata ufficialmente, potrebbe scontentare sia gli industriali che i sindacati. E riaccendere la tensione tra Cgil, Cisl e Uil, che non vogliono sentir parlare di disincentivi e interventi sulle pensioni di anzianità, e Confindustria che invece li considera ´una riforma inevitabile’.

Su questo tema, però, gli industriali si trovano contro l’intero sindacato, dalla Cgil all’Ugl. ´Non c’è necessità di una riforma strutturale. C’è una delega sulla quale abbiamo fatto le nostre controproposte, e siamo in attesa della risposta del governo’, ha detto ieri Pezzotta. Mentre la Uil, per bocca di Silvano Miniati, segretario generale Uilp, sottolinea che ´le affermazioni di Berlusconi sono di fatto una risposta negativa alle richieste sindacali’. In particolare Cgil, Cisl e Uil, pronte anche mobilitazioni unitarie in caso di risposte negative, chiedono di eliminare la decontribuzione fino a 5 punti sui neoassunti, a vantaggio di una fiscalizzazione degli oneri sociali. E di rinunciare alla devoluzione obbligatoria del tfr ai fondi pensione, da lasciare alla libera scelta del lavoratore.

Gli industriali, al contrario, sono soddisfatti dalla delega solo a metà, perché si basa sugli incentivi a lavorare fino all’età della pensione, e non sui disincentivi ai prepensionamenti. Una tesi che sembra appoggiata dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti, preoccupato per i richiami di Bruxelles sul contenimento della spesa pubblica. La delega, intanto, è bloccata da un anno e mezzo nelle commissioni parlamentari.