“Riforme” I due paletti di Padoa-Schioppa (M.Giannini)

25/01/2007
    giovedì 25 gennaio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 4) – Economia

      Il retroscena

        I due paletti di Padoa-Schioppa

          Età pensionabile e coefficienti
          una "bomba" da 200 miliardi

            Padoa-Schioppa: "Impossibile non intervenire"

              Rapporto-choc della Ragioneria:
              senza scalone e rivalutazione in
              venti anni rischio-crac per il
              sistema previdenziale
              La riforma Dini
              I sindacati hanno concordato
              quella legge oggi non è possibile
              concertarne l´attuazione
              La credibilità
              Abbiamo assunto degli impegni
              precisi con l´Europa, non cambiamo
              le carte in tavola

                Massimo Giannini

                  «Sulla riforma delle pensioni sento circolare troppe parole al vento. E invece è ora di fare i conti con la realtà: è in gioco la nostra credibilità con l´Europa, la stabilità della nostra finanza pubblica, e soprattutto il futuro dei nostri giovani». Tommaso Padoa-Schioppa è preoccupato. Da Damiano a Epifani, da Ferrero a Bonanni, ministri e sindacalisti sdottoreggiano di «scaloni» previdenziali da eliminare, invece che da perfezionare. Di coefficienti di trasformazione da aumentare, invece che da ridurre. Visti dalla "trincea" del Tesoro, a Via XX Settembre, sembrano i passeri di Arthur Koestler, che in «Schiuma della terra» cinguettano sui fili telegrafici, mentre il telegrafo trasmette l´ordine di uccidere tutti i passeri.

                  Sul tavolo del superministro dell´Economia c´è un dossier di 20 pagine, appena sfornato dalla Ragioneria dello Stato, che spazza via senza pietà le «troppe parole al vento» che volano in questi giorni, dentro e fuori dalla maggioranza.

                  Se il governo ascoltasse davvero le richieste che fioccano da Cgil – Cisl-Uil e da tante parti dell´Unione, e rinunciasse a qualunque intervento sulle pensioni, l´effetto per i conti pubblici sarebbe «devastante», come scrivono i tecnici. La rinuncia all´applicazione del famigerato «scalone» introdotto dalla riforma Maroni (che nel 2008 porta l´età pensionabile da 57 a 60 anni) di qui ai prossimi vent´anni costerebbe a regime una cifra astronomica: 164,1 miliardi. La rinuncia alla rivalutazione dei coefficienti di trasformazione (che pure è già prevista dalla legge Dini e dal memorandum firmato con le parti sociali a settembre scorso) sempre di qui ai prossimi 20 anni costerebbe a regime la bellezza di 35 miliardi. In totale, secondo il dossier della Ragioneria, una «bomba» da 200 miliardi di euro. Quasi 400 mila miliardi di vecchie lire. Se Prodi e Padoa-Schioppa cedessero al canto dei passeri che cinguettano sui fili del telegrafo unionista, di qui al 2028 il sistema previdenziale esploderebbe e il bilancio dello Stato salterebbe per aria.

                  «Lo voglio dire senza alcuna intenzione polemica – chiarisce in queste ore il ministro del Tesoro – ma solo per amore di verità: queste sono le cifre con le quali dobbiamo fare i conti. Ed è bene che queste cifre le conoscano tutti, alla vigilia del confronto sul Welfare e sulla previdenza». Padoa-Schioppa, nei colloqui di questi giorni con il premier e con i suoi interlocutori internazionali, ci tiene a chiarire che «il problema delle pensioni, per l´Italia, va visto sotto tre profili diversi». Il primo è un profilo di sostenibilità della finanza pubblica. «Chi sostiene che i soldi ci sono, e che possiamo rinunciare senza problemi allo scalone e alla revisione dei coefficienti, deve tenere conto dei numeri veri». Il costo di questa rinuncia, come dimostra il dossier della Ragioneria, è pari appunto a 200 miliardi di euro. «Chi dice che possiamo lasciare le cose come stanno – è il ragionamento del ministro – ha ora anche il dovere di dire: come colmiamo questo enorme buco che si crea, nelle casse della previdenza e nei conti dello Stato?». A preoccupare Padoa – Schioppa, in questi ultimi giorni, sono state alcune dichiarazioni di qualche suo collega, che con troppa disinvoltura si è affrettato a dire che rinunciare allo scalone di Maroni costa solo 450 milioni nel 2008, e che dunque le risorse compensative ci sono tutte. L´obiezione del ministro del Tesoro è indiscutibile: «I calcoli vanno fatti a regime». E a regime, secondo il dossier della Ragioneria, il costo del mancato scalone sarebbe il seguente: 450 milioni nel 2008, 4,4 miliardi nel 2009, 6,8 miliardi nel 2010, 8,5 miliardi nel 2011, e 9 miliardi all´anno per tutti gli anni successivi. Un´escalation inarrestabile. Tale, secondo le previsioni dei tecnici, da «alterare l´equilibrio della finanza pubblica e pregiudicare il risanamento per i prossimi anni».

                  La stessa preoccupazione, per Padoa-Schioppa, è arrivata di fronte alle dichiarazioni dei leader sindacali, che si dichiarano contrari all´aumento dei coefficienti, se non addirittura favorevoli ad una loro riduzione. Ma anche su questo punto, il responso della Ragioneria è choccante: «Il mancato aggiornamento dei coefficienti di trasformazione – si legge nel dossier – comporta un onere aggiuntivo per i conti pubblici pari a 35 miliardi nei prossimi 20 anni, a 250 miliardi da adesso al 2040 e a 510 miliardi da adesso al 2050», Grandezze esorbitanti, pari rispettivamente a 17 e a 34 punti di Pil. «Ne risulterebbe compromessa in misura assai significativa – è la conclusione dei tecnici – la sostenibilità di medio-lungo termine dei conti pubblici italiani, con pesantissime ripercussioni sull´andamento sia del debito che del deficit». Di queste cifre, secondo il ministro, Epifani, Bonanni e Angeletti non possono non tener conto. Per ragioni di compatibilità finanziaria, ma anche per motivi di lealtà politica. L´aggiornamento dei coefficienti, oltre che riconfermato nel memorandum d´autunno, è previsto nero su bianco dalla legge Dini del ‘95. La conseguenza logica che ne trae Padoa-Schioppa è chiarissima: «I sindacati hanno concordato quella legge con il governo di allora, articolo per articolo. E oggi non è proprio possibile concertare l´attuazione di una legge». Il principio è inattaccabile: stupisce semmai che ora Cgil-Cisl-Uil abbiano il coraggio (o l´incoscienza) di rimetterlo in discussione.

                  Il secondo profilo nel quale il ministro del Tesoro inquadra il problema delle pensioni è la credibilità del Paese. Rispetto all´Europa, quindi alla Commissione Ue e alla Bce. «Abbiamo assunto degli impegni precisi – è la riflessione di Padoa-Schioppa – come la Commissione aveva approvato nel 2005 l´ultimo Dpef di Tremonti, che inglobava la riforma Maroni, quest´anno ha approvato il nostro Dpef di luglio che ha un´ottica di legislatura, e prevede il pareggio di bilancio nel 2011. Ora non possiamo cambiare le carte in tavola, con una scelta rinunciataria sulle pensioni che farebbe saltare completamente quegli impegni e quegli obiettivi». In questa chiave, il ministro ha letto e apprezzato il doppio intervento di questi ultimi due giorni, a sostegno della sua linea di rigore contabile e di rispetto dei patti. Il primo di Lorenzo Bini-Smaghi, che per conto della Bce ha incitato l´Italia a non uscire dalla rotta del risanamento. Il secondo di Joaquin Almunia, che per conto della Ue ha incitato Prodi ad «attuare integralmente le riforme già adottate nel settore delle pensioni»

                  Tra Via XX Settembre, l´Eurotower di Francoforte e la Commissione di Bruxelles c´è un «gioco di squadra», come lo chiamano al Tesoro, che ha già funzionato sulle quantità della Legge Finanziaria, e che ora può funzionare anche sulla qualità della riforma previdenziale.

                  Ma c´è un terzo ed ultimo profilo, che a Padoa-Schioppa sta a cuore perfino più dei primi due. Come ha ben detto Bini-Smaghi, «chi dice che sulle pensioni tutto deve restare com´è ha il dovere di spiegare ai giovani che entrano oggi sul mercato del lavoro come intende risolvere il loro problema previdenziale, che è forse il più grave e il più serio di tutti». Anche per questo, è non solo tecnicamente impossibile, ma sarebbe anche moralmente intollerabile l´idea di non toccare i coefficienti, e di non intervenire sull´età pensionabile. Il dossier della Ragioneria parla chiaro anche su questo: il tasso di occupazione degli ultra – 50enni è pari al 30% in Italia, contro il 37% della Francia, il 41% della Germania, il 56% della Gran Bretagna, il 61% della Danimarca, e il 40,7% della media Ue. E´ l´ennesima anomalia italiana, sulla quale non si può non intervenire. «Vedremo come», è l´osservazione che Padoa-Schioppa fa in queste ore di turbolenta vigilia del confronto. Ma con due paletti ben piantati fin dall´inizio: non c´è scambio possibile tra eliminare lo scalone o rinunciare alla rivalutazione dei coefficienti. La seconda è irrinunciabile perché sta scritta in una legge. Il primo può essere perfezionato, ma piuttosto che eliminarlo è preferibile tenerselo così com´è. Questa è la sfida: il sindacato accetterà di fare lo slalom tra questi paletti? Il ministro del Tesoro ha le idee chiare. Vuole discutere a tutto campo, e discutere con tutti. Per questo, a Via XX Settembre si sta studiando un colpo a sorpresa: convocare al tavolo sulle pensioni, insieme alle confederazioni sindacali e alle imprese, anche gli organismi più rappresentativi dei giovani e degli studenti. «Perché la riforma delle pensioni – è la conclusione di Padoa-Schioppa – riguarda anche e soprattutto loro. E perché un Paese che non sa più pensare ai giovani, è un Paese senza futuro».