«Riformati» del lavoro, vite appese a 7 euro l’ora

11/10/2004


            lunedì 11 ottobre 2004

            «Riformati» del lavoro, vite appese a 7 euro l’ora
            Bilancio nero del primo anno della legge 30: ultimi in Europa sulle tutele, e anche Confindustria punta i piedi

            Massimo Franchi

            ROMA Doveva portare più competitività per le imprese, ridurre il sommerso e creare più occupazione. Non ha centrato nessuno dei suoi obiettivi tanto che ora anche gli industriali, primi suoi sponsor, iniziano a criticarla e a «smontarla» nella contrattazione con i sindacati. Ad un anno dall’entrata in vigore (il decreto legislativo è del settembre scorso, ma ne rimandava la sua applicazione al 24 ottobre 2003), la legge di riforma del mercato del lavoro è per gran parte inapplicata e non ha dato gli effetti sperati.

            Sulla carta
            Gli esempi sono tanti ed esplicativi. Due capisaldi della legge, due delle nuove tipologie di contratto definite all’inglese «job on call» e «staff leasing», sono totalmente inattuati. «In Italia – spiega Claudio Treves, responsabile del mercato del lavoro per la Cgil – non c’è nessun lavoratore sottoposto a contratti di lavoro a chiamata o in affitto di servizi e in più molti altri strumenti contrattuali flessibili creati dalla legge sono stati resi meno precari nella contrattazione con le parti sociali. Sia Cisl e Uil (che avevano sottoscritto due anni fa il famoso "Patto per l’Italia") sia Confindustria si sono resi conto che il gioco non valeva la candela: questi tipi di contratto non portavano vantaggi e quindi hanno firmato con noi contratti che ribaltano la filosofia della legge creando molte più tutele per i lavoratori rispetto a ciò che il quadro normativo della legge proponeva. E proprio per questo più volte il ministro Maroni ha «rimproverato» Confindustria e Confcommercio per la loro decisione di non seguire i contenuti della riforma, soprattutto per quanto riguarda il terziario negli accordi su part time e apprendistato. La verità è che l’intera filosofia della legge alla prova dei fatti ha dimostrato di non andare incontro alle esigenze reali delle aziende: avere più precarietà non aiuta la competitività delle imprese».


            I no di Confindustria
            Conferma di questo atteggiamento viene anche dalle parole di Anna Maria Artoni, vice presidente di Confindustria e presidente dei Giovani industriali, che recentemente ha parlato di una riforma «con un’eccessiva dose di ideologia, che non porterà a grandi risultati» spiegando che «la partita della competitività si gioca sulla formazione della forza lavoro non, o non solo, sul costo del lavoro».


            Scontro ideologico
            «I risultati della riforma sono disastrosi – osserva Luigi Mariucci, docente di Diritto del lavoro all’università Ca’ Foscari di Venezia -. La precarietà è aumentata e il tentativo di far emergere il sommerso non ha dato alcun effetto. Solo il governo continua a portare avanti una battaglia ideologica partita dallo scontro, poi perso, sull’articolo 18, mentre anche Confindustria si è accorta che bisogna abbandonare questa linea e tornare al tavolo delle trattative con i sindacati».


            Futuro ipotetico
            Gli effetti sulle persone di questa riforma sono drammatici. Come nel caso di Francesca, 26 anni, che lavora per due importanti istituti che fanno ricerca di mercato a Roma: «Dopo otto anni da co.co.co. si diventa invidiosi di chi ha un lavoro normale, di chi si può permettere di fare un figlio; si considerano privilegi i permessi e le malattie retribuite che io non mi sogno neanche di avere. È aberrante, me ne rendo conto, ma la precarietà porta a questo: si continua a vivere con i genitori non certo per scelta e anche iscriversi in palestra diventa un sogno. Non ho mai avuto un contratto scritto, prendo circa 7 euro lorde all’ora. Non ho una stipendio fisso, dipende dai mesi. Per arrivare ad una cifra dignitosa lavoro con più committenti con il rischio di accavallare gli orari e di non essere più chiamata. Se dovessi fare una media, prendo dai 600 ai 700 euro al mese, ma a luglio e agosto non c’è lavoro e quindi bisogna mettere soldi da parte per l’estate».


            Modello precario
            Anche paragonando la situazione italiana con il resto del mondo i dati sono molto chiari. Una recente indagine dell’Ocse sulle tutele del lavoro pone il nostro paese al ventesimo posto, fanalino di coda in Europa e davanti di poco (25esimo posto) agli Stati Uniti, patria della precarietà. Il rapporto dell’Ufficio internazionale del lavoro assegnava un indice di sicurezza economica ad ogni paese basandolo su flessibilità, tasso d’occupazione, sicurezza e continuità salariale. Il punteggio peggiore (32esimo posto) l’Italia lo ha avuto per possibilità di trovare lavoro e nella sicurezza del reddito (24esimo posto). Il report sul nostro paese sottolinea poi «l’effetto frustrazione legato allo status», denunciando come i giovani con un alta formazione trovino lavori al di sotto delle loro capacità.


            Per il futuro la Cgil ha le idee chiare. «Bisogna tornare alla centralità del lavoro a tempo indeterminato. Un anno di riforma ci ha mostrato come più precarietà non porti a maggiore competitività. Dopo anni sprecati a darci battaglia, Confindustria sembra essersene accorta, lasciando da solo il governo: ne misureremo la volontà nei tanti tavoli aperti in questo periodo».