Riformare il Patto è una cosa di sinistra

20/01/2005

    giovedì 20 gennaio 2005

      EDITORIALE

      EPIFANI
      Riformare il Patto è una cosa di sinistra

        Nell’intervista rilasciata ieri al Sole 24 Ore, Guglielmo Epifani si dichiara favorevole alla riforma del patto di stabilità. «Le modifiche – spiega – dovrebbero stabilire che la quota di spese da espungere nel calcolo del 3% sia solo e rigorosamente per quegli investimenti in linea con gli obiettivi di Lisbona». E aggiunge: «A quel punto nascerebbe un mister euro anche per lo sviluppo economico dell’Unione». La presa di posizione è importante e il Riformista, che da tempo va predicando per la riforma del patto e invita il centrosinistra ad uscire da una ortodossia dottrinaria e out of tune con la realtà del ciclo economico, non può che rallegrarsene. Semmai ci stupiamo che queste cose ovvie per un sindacato che naturalmente dovrebbe mettere il piede sull’acceleratore (più sviluppo) e non sul freno (stabilità a tutti i costi), non siano state dette già da tempo. Molti nel centrosinistra ci hanno preso per protoberlusconiani. Poi hanno visto che anche il leader più importante della socialdemocrazia europea ha preso posizione per la riforma del patto. E adesso sono rimasti soli con i monetaristi della Bundesbank. Ma, al bando il passato. Prendiamo atto della svolta e discutiamo sul futuro.

        Il nuovo patto di stabilità, per essere meno «stupido» (parole di Prodi) deve essere più flessibile. Cioè deve tener conto della congiuntura e deve ammettere che una oscillazione in basso del 3% è troppo limitata.
        E non solo perché i governi sono spendaccioni e poco rigorosi, ma perché l’Eurolandia sta attraversando una fase di stagnazione di medio periodo che deriva anche da complessi aggiustamenti strutturali della sua base economica e produttiva. Paradossalmente, è il patto ad avere un’ottica di breve periodo, congiunturale e non strutturale. Anche per questo va rivisto, adattato alla nuova situazione.

        Epifani vuole una riforma che ancori le spese per investimenti agli obiettivi di Lisbona. I quali non prevedono solo opere infrastrutturali, ma anche riforme del mercato del lavoro e del welfare state (pensioni comprese). Il segretario Cgil, che certamente non è un massimalista e sta conducendo una battaglia per guidare la confederazione sindacale verso posizioni più aperte e moderne (possiamo dire riformiste?), a questo punto deve rompere un altro tabù sul welfare. Non per sposare le posizioni dell’avversario. Troppo a lungo si è detto «il problema non esiste» o è solo strumentale a disegni politici restauratori. No, il problema esiste ed è strutturale (come per il patto di stabilità). E’ arrivato il momento di tirar fuori la testa dalla sabbia.