“RiformaLavoro” Contratti a tempo

24/10/2005
      Sette
    lunedì 24 ottobre 2005

    Pagina 5 – Riforma del lavoro

      Primo bilancio a due anni dalla riforma: più accordi flessibili. Per i co.co.co. poche assunzioni

        Contratti di lavoro a tempo

          In azienda con apprendistato, inserimento, somministrazione

            di Silvana Saturno

            Nuove assunzioni nelle imprese, purché con la scadenza. Si chiamino apprendisti, somministrati, interinali, inseriti o reinseriti o semplicemente ´a termine’, ma anche collaborazioni o lavori a progetto non importa, purché non vincolino nel lungo periodo l’azienda. Basta dare un occhio ai dati statistici relativi alle comunicazione all’Inail nel 2005 (denunce di assunzione e di cessazione, sul sito www.inail.it), per notare che, rispetto ai nuovi posti di lavoro creati, i rapporti a tempo determinato rispetto a quelli a tempo indeterminato hanno fatto registrare un incremento con un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti (si veda in dettaglio l’analisi del pezzo a fianco). Fra i contratti ´a tempo’ è cresciuto, in particolare, il ricorso delle imprese all’apprendistato e al contratto di inserimento (rispettivamente 553.462 apprendisti in Italia e 24.323 ´inseriti’, secondo i dati forniti qualche mese fa dallo stesso ministero del lavoro su archivio Inps aggiornato a fine 2004).

            E per i vecchi co.co.co., massiccio passaggio ai nuovi contratti ´a progetto’: nome nuovo e regolamentazione sulla carta dei rapporti, con nuove tutele per il lavoratore; ma la natura, nella maggior parte dei casi, non è cambiata: autonoma o parasubordinata era prima e tale è rimasta. Solo il 6,5% degli ex collaboratori, secondo i dati diffusi qualche giorno fa dall’Ires, ha oggi un contratto a tempo indeterminato, un altro 5% ha un contratto di somministrazione o a contenuto formativo.

              È aumentato anche il ricorso al lavoro temporaneo, attraverso le agenzie di somministrazione (l’evoluzione del vecchio interinale): vi ricorre attualmente il 18% delle pmi, secondo un’indagine effettuata dalla Confapi, ma è previsto un trend di crescita che dovrebbe toccare il 52% delle piccole e medie imprese. Scarsa utilizzazione, invece, della somministrazione a tempo indeterminato, lo staff leasing. Una delle principali agenzie di lavoro, Adecco, ha stipulato solo 200 contratti nel primo semestre del 2005; contratti conclusi peraltro solo da grandi aziende e multinazionali.

                Le ragioni della flessibilità

                  Dall’indagine della Confapi (su un campione di 428 piccole industrie) è emerso che la maggior parte utilizza almeno un contratto flessibile (29%) o due (26%). Un terzo utilizza la presenza di contratti a tempo determinato o collaborazioni in campo Iva; meno di un quarto usa contratti a progetto. Il part-time viene utilizzato nel 43% dei casi. Ma perché le aziende ricorrono ai contratti flessibili o atipici? Si legge nell’analisi che ´la riduzione del costo del lavoro non è la motivazione primaria (…). Due sono gli aspetti chiave, variabili in funzione del tipo di contratto esaminato: ”la risposta ai picchi di lavoro (flessibilità come risorsa di modulazione dei volumi) e la certezza della conclusione dei rapporti di lavoro”. Questo secondo elemento mostra nell’attuale congiuntura (e in generale a fronte del quadro di incertezza strutturale che caratterizza il sistema competitivo) l’importanza per l’impresa di mantenere la capacità di adattamento, ”riducendo i propri impegni verso il futuro”’. Una maggiore crescita si avrà, secondo l’analisi, anche per il tempo determinato (22%) e per i contratti a progetto (16%). ´È ancora presto per dare un giudizio definitivo sulla riforma del lavoro’, ha detto a ItaliaOggi Sette Armando Occhipinti, responsabile formazione della Confapi, ´molte le cose buone fatte. Per quel che ci riguarda, l’unico neo è rappresentato da un’utilizzazione ancora non adeguata dell’apprendistato. Nel manifatturiero avrebbe potuto essere utilizzato di più. È necessario perciò, anche sotto questo profilo, una maggiore collaborazione con le parti sociali’.

                    Apprendistato, inserimento e part-time è la flessibilità che piace ed è più utilizzata dalle cooperative: ´Scarso il ricorso alle collaborazioni’, ha detto a ItaliaOggi Sette Carlo Marignani, responsabile delle relazioni industriali Legacoop, ´specialmente nei settori tradizionali: agroindustria e distribuzione. Le cooperative fanno invece più ampio utilizzo della flessibilità organizzativa, in particolare dei contratti a tempo parziale’.

                      Co.co.co., e poi?

                        Co.co.co., lavoratori a progetto, occasionali, collaboratori con partita Iva, lavoratori ´somministrati’, associati in partecipazione: il popolo degli atipici è rappresentato da oltre 2 milioni e mezzo di lavoratori (1 milione 177 mila coordinati e continuativi o a progetto). Questi i dati diffusi dall’Ires-Cgil nell’indagine diffusa sabato sugli effetti della riforma Biagi. Come accennato, solo una minima parte dei collaboratori è stata regolarizzata con contratto di lavoro subordinato (7% circa), il 46% è diventato un lavoratore a progetto, il 23% è ancora co.co.co., il 6% ha aperto una partita Iva, il 6% ha un tempo determinato, mentre un 7% non lavora più o lavora in nero. Ma il giudizio sulla flessibilità della legge Biagi non è del tutto negativo: ´Se la legge Biagi ha da un lato creato precarietà’, ha dichiarato Giovanni Oriani, presidente di Assores, ´dall’altro ha fatto emergere nell’ambito delle occupazioni temporanee attività che in precedenza rimanevano nell’area del lavoro nero’.