Riforma pensioni, Maroni prova l’affondo

14/04/2003



        14/4/2003
        GLI ESPERTI DEL WELFARE AL LAVORO PER RECEPIRE ALCUNE OSSERVAZIONI DI CGIL, CISL E UIL. GIOVEDI’ VERTICE DECISIVO
        Riforma pensioni, Maroni prova l’affondo
        Ritocchi su Tfr e decontribuzione per convincere i sindacati

        ROMA
        L’appuntamento è previsto per giovedì mattina. Al ministero del Welfare, infatti, Roberto Maroni attende i leader di Cgil-Cisl-Uil per discutere della delega previdenziale all’esame del Parlamento. Un incontro importante, perché quando si parla di pensioni tutti sanno che si parla di materia rovente; ma che adesso si carica di ulteriori significati, alla luce delle dichiarazioni di Silvio Berlusconi nel corso del convegno confindustriale di Torino. Il premier ha prefigurato un’iniziativa a livello europeo sul tema della previdenza, nel quadro del semestre italiano di presidenza dell’Ue; un eventuale successo di questa azione si tradurrebbe in un giro di vite da concretizzare nel corso della Finanziaria 2004, che verrà presentata a fine settembre. Nel possibile menu, la generalizzazione a tutti i lavoratori del sistema di calcolo contributivo e disincentivi economici al pensionamento di anzianità. Insomma, anche se i sindacati chiedono a Maroni di correggere la delega sulle pensioni su alcuni aspetti e ribadiscono di non essere disposti a discutere di una nuova riforma della legge Dini, in realtà sul tappeto già c’è un possibile e ben più drastico intervento. Un intervento su cui per adesso non c’è affatto unanimità nel governo, né peraltro una decisione già definita con sufficiente determinazione. Sul piatto della bilancia da un lato c’è la possibilità di reperire risorse utili a fronteggiare una situazione di finanza pubblica tutt’altro che semplice, oltre che a dare un segnale di «serietà» all’esterno. Dall’altro, il rischio di far saltare il «patto di non aggressione» con Cisl e Uil, e un pericolo di conflitto sociale. Scelte non facili, anche se c’è tempo per decidere. Intanto, giovedì Maroni si troverà a fronteggiare le richieste (unitarie) di Cgil-Cisl-Uil. Il ministro è già intenzionato ad accoglierne sostanzialmente due. Primo, ci sarebbe disponibilità a prevedere un diverso e più favorevole trattamento fiscale per i fondi pensione contrattuali rispetto a quelli privati. Secondo, se la delega prevede il conferimento obbligatorio delle liquidazioni ai fondi pensione, il governo potrebbe accettare la formula del «silenzio-assenso» indicata dalle confederazioni. Ovvero, il Tfr finisce automaticamente nel fondo pensione a meno che il lavoratore non renda esplicita la sua contrarietà. Tra l’altro, già nei giorni scorsi il ministro aveva annunciato un meccanismo ad hoc, basato sul versamento di contributi aggiuntivi, per garantire il Tfr destinato alla previdenza integrativa in caso di fallimento del fondo pensione. Ma il nodo più complesso è quello della decontribuzione per i nuovi assunti. Come fortemente richiesto da Confindustria, la delega prevedeva che per i lavoratori assunti dopo l’entrata in vigore della legge le imprese godessero di uno sconto (dal 3 al 5%) sui contributi previdenziali da versare, senza però intaccare l’ammontare del futuro assegno previdenziale dei neodipendenti. Delle due l’una: o lo sconto viene compensato dallo Stato (all’inizio con poca spesa, ma in progressivo e preoccupante aumento), oppure la decontribuzione diventa un disastro per l’Inps. O ancora, va a finire che la pensione pubblica dei lavoratori «decontribuiti» sarà sempre più leggera col passare del tempo. I sindacati osteggiano questa misura fortemente voluta da Maroni, che per la verità ha subito fortissime critiche anche dalla Ragioneria Generale e dai servizi di bilancio del Parlamento. Tant’è che rispetto ai suoi progetti iniziali il ministro ha dovuto incassare prima una modifica che impone che per permettere la decontribuzione il governo debba in ogni Finanziaria stanziare le risorse necessarie. E poi, alla Camera, subire l’eliminazione della soglia minima per lo sconto del 3% (ovvero, sulla carta, potrebbe anche essere solo dello 0,1%). La controproposta di Cgil-Cisl-Uil è quella di non toccare i contributi previdenziali, ma alleggerire il costo del lavoro delle imprese agendo su altri oneri sociali considerati «impropri», il cui onere dovrebbe comunque sempre essere lo Stato ad accollarsi.
        Roberto Maroni non ha ancora deciso il da farsi: una strada potrebbe essere quella di limitarsi a ricevere le proposte dei sindacati senza prendere posizione, e rinviare la definizione della materia al Senato, che dovrebbe dare il via libera alla delega entro giugno. Istintivamente il ministro preferirerebbe mantenere la sua idea iniziale. Ma in questi giorni sembra sondare Confindustria e Tesoro per valutare la fattibilità di una soluzione alternativa vicina alle richieste sindacali, ovvero fiscalizzando parte della contribuzione assistenziale oggi a carico dei datori di lavoro.

        Roberto Giovannini