Riforma pensioni, mancano 3 miliardi

03/11/2003




sabato 1 novembre 2003

Riforma pensioni, mancano 3 miliardi
La Ragioneria: risparmi non oltre lo 0,7% del pil Maroni: la delega deve essere approvata entro l’anno
      ROMA – All’appello mancano 3 miliardi di euro. La relazione tecnica all’emendamento sulla riforma delle pensioni presentato dal governo in Senato rivela che i risparmi a regime saranno inferiori rispetto al punto di pil di cui finora ha sempre parlato il governo. Secondo i calcoli effettuati dai tecnici della Ragioneria dello Stato, infatti, il taglio si fermerebbe allo 0,7%. La relazione tecnica è un contributo importante al dibattito che la settimana prossima entrerà nel vivo. Per giovedì è programmata un’audizione in commissione Lavoro dei rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil. Uno snodo decisivo quello dell’intervento del sindacato anche se il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi conferma che, per il momento, non ci sarà alcuna convocazione: «Oggi non ci sono le condizioni perché non c’è una controproposta dei sindacati e non ci sono altri modi per non far crescere la spesa pensionistica». Muro contro muro, quindi, visto che il segretario della Cisl Savino Pezzotta non esclude uno sciopero generale. Il ministro del Welfare Roberto Maroni si dice disponibile a trattare ma si è augurato che la delega venga approvata entro l’anno.

      LA CURVA DEL RISPARMIO – I provvedimenti che faranno calare la spesa pensionistica cominceranno a mordere dal 2008, quando, di colpo il minimo di contributi per la pensione di anzianità passerà da 35 a 40 anni. Secondo le stime dei tecnici, il cosiddetto «gradone» dovrebbe bloccare, nel 2008, circa 175 mila persone che con i requisiti attuali (in vigore fino al 31 dicembre 2007) sarebbero potute uscire dal lavoro. Altre 55 mila dovrebbero essere fermate nei quattro anni successivi, cioè fino al 2012 compreso. All’inizio i risparmi saranno modesti, poi, col passare del tempo, si cumuleranno le annualità di pensioni non erogate e la cifra crescerà. Dopo il 2030 l’apice della «gobba» non sarebbe più pari al 16% del pil ma di poco superiore al 15%.
      I NUMERI – Si parte, nel 2008, con un risparmio di appena 409 milioni di euro, si sale a 3,7 miliardi di euro l’anno successivo, pari allo 0,2% del prodotto interno lordo. Poi il balzo. Già dal 2010 le uscite si ridurranno di quasi 6,3 miliardi di euro (0,4% del pil) per salire a 8 miliardi di euro (0,6% del pil) nel 2011, toccando infine il massimo nel 2012 e 2013 con oltre 8,8 miliardi di euro (0,7%). Secondo la relazione, si resta su questo livello fino al 2018, cioè per sette anni. Dopo comincia la discesa: taglio di spesa pari allo 0,6% del pil fino al 2030, 0,5% nel 2035. Dal 2040 ci sarebbe un’inversione di tendenza, con un lievissimo aumento della spesa dovuto al fatto che con 40 anni di contributi l’importo delle pensioni liquidate crescerà. Tuttavia, nel 2050 questo effetto non sarebbe superiore allo 0,3% del pil.

      LE VARIABILI - Ce n’è una importantissima, che gli stessi tecnici ammettono di aver volutamente ignorato. Gli effetti finanziari della riforma sono infatti considerati senza tener conto dei lavori usuranti, che, in base a quanto previsto dalla stessa riforma, dovranno essere individuati in accordo tra le parti sociali ed esclusi dall’inasprimento del requisito contributivo a 40 anni. Le stime, si legge nella relazione tecnica, non tengono conto neppure del previsto «potenziamento dei benefici agevolativi per le lavoratrici madri». Questo significa che, a regime, i risparmi potrebbero anche essere inferiori allo 0,7% del pil.

      I DISINCENTIVI - La relazione non lo dice, ma probabilmente il taglio di spesa è dello 0,7% anziché dell’1% del pil al quale inizialmente puntava il governo perché all’ultimo momento nella riforma è stata inserita la possibilità di andare in pensione di anzianità (con meno di 40 anni di contributi) anche dopo il 2007 e fino al 2015. È vero che questa possibilità è disincentivata, perché la pensione verrebbe calcolata col metodo contributivo, al punto che, secondo i tecnici, l’importo dell’assegno si ridurrebbe del 30% circa per i lavoratori dipendenti, ancora di più per artigiani e commercianti. Nonostante ciò, la relazione stima che 30 mila lavoratori all’anno (di cui 20 mila nel privato e il resto nel pubblico) andranno ugualmente in pensione di anzianità dopo il 2007.

Roberto Bagnoli Enrico Marro


Economia