“Riforma pensioni” Ingiustizie evitabili (Chiara Saraceno)

30/09/2003


30 Settembre 2003

LA RIFORMA DELLE PENSIONI
INGIUSTIZIE EVITABILI
Chiara Saraceno

LA proposta di riforma delle pensioni attualmente in discussione rischia di accentuare gli aspetti di ingiustizia tra coorti di età contigue creati dalla riforma Dini: tra chi all’epoca della sua introduzione aveva già maturato almeno 18 anni di contributi e chi ne aveva di meno. I primi possono continuare ad andare in pensione con le, molto più vantaggiose, regole precedenti per quanto riguarda il calcolo dell’ammontare della pensione, inclusa quella di anzianità. La riforma Dini, soprattutto per quanto riguarda il calcolo della pensione, vale solo per i secondi. Si sono così creati due gruppi di lavoratori con diritti pensionistici molto diversi, anche se la storia contributiva dei più giovani tra i primi e dei più vecchi tra i secondi può differire solo di un mese o poco più.
La riforma prospettata oggi rafforza appunto i privilegi di chi appartiene al primo gruppo. Sono questi infatti che possono oggi, e fino al 2008, valutare se rimanere qualche anno in più al lavoro fruendo degli incentivi promessi o andare in pensione di anzianità, magari integrandola con un reddito da lavoro. Sempre che, ovviamente, non siano espulsi dal mercato del lavoro da imprenditori che da un lato invocano un innalzamento dell’età alla pensione, dall’altro ritengono chi ha più di cinquanta anni troppo vecchio per essere tenuto al lavoro, o per essere assunto se lo ha perso. Le coorti più giovani, quelle che la riforma Dini ha nettamente separato dalle prime, invece ancora una volta porteranno tutto il peso della nuova riforma.
Secondo molti commentatori rimandare la stretta alle pensioni di anzianità al 2008 non avrà gli attesi effetti benefici sul bilancio. Chi può permettersi di andare in pensione di anzianità continuerà a farlo. Anzi anticiperà la decisione per timore di perdere definitivamente il treno. Del resto è stato ampiamente documentato che le pensioni di anzianità hanno un importo medio più elevato di quelle di vecchiaia. Un paradosso solo apparente e su cui dovrebbe riflettere chi – al governo e fuori – pone la difesa delle pensioni di anzianità come linea del Piave della difesa dei lavoratori.
I Ministri Tremonti e Maroni hanno detto più volte che la riforma non ha lo scopo di fare cassa, ma di ristabilire equità. Condivido in toto l’obiettivo. Mi sembra però che lo strumento sia sbagliato, anzi contraddittorio. Meglio sarebbe accelerare la riforma Dini ed estendere anche per coloro che da quella riforma erano stati esentati il sistema di calcolo pro rata – come aveva suggerito a suo tempo, rimanendo purtroppo inascoltata, la Commissione Onofri. Il nuovo, certo meno vantaggioso, calcolo della pensione dovrebbe essere applicato anche a loro, limitatamente al periodo successivo alla riforma. A fini di equità, invece di rafforzare le distinzioni occorrerebbe attenuarle. E su questa base affrontare il dibattito con l’opposizione interna ed esterna.