Riforma pensioni, il governo convoca i sindacati

17/02/2004


17 Febbraio 2004

GIOVEDÌ L’INCONTRO. PER ORA L’ESECUTIVO HA TROVATO UNA POSIZIONE COMUNE SOLO SU TFR E STRALCIO SULLO SCONTO CONTRIBUTIVO PER I NEOASSUNTI
Riforma pensioni, il governo convoca i sindacati
Ma è ancora da definire la proposta finale
ROMA
La formale convocazione del governo ai sindacati per l’incontro sulla riforma delle pensioni è arrivata: il vertice – cui parteciperanno tutte le 37 organizzazioni datoriali e dei lavoratori firmatarie degli accordi del ‘93 – si terrà giovedì pomeriggio, a Palazzo Chigi. In quella sede il governo – che non ha affatto concluso il lavoro di stesura, insieme con la maggioranza, delle modifiche da introdurre rispetto al testo all’esame del Parlamento – dovrà scoprire qualche carta. A cominciare dal modo in cui si conta di alleggerire il famoso «scalone», che imporrebbe a chi vuole andare in pensione di anzianità dal 2008 di avere o 65 anni di età (60 le donne) o almeno 40 anni di contribuzione maturata.
Ieri il ministro del Welfare Roberto Maroni non ha chiarito le intenzioni dell’Esecutivo, che per adesso avrebbe deciso di introdurre il silenzio-assenso sul conferimento del Tfr ai fondi pensione («sperimentalmente», per due-tre anni) e di stralciare su un binario parlamentare morto lo sconto contributivo per i neoassunti a favore delle imprese.
«Fino a giovedì non parlo di pensioni – ha detto Maroni, a margine di un convegno – se non per dire che l’incontro con i sindacati è confermato e sarà l’incontro finale». Maroni ha difeso la decisione del Governo di procedere alla riforma, una scelta fatta – ha spiegato – «per evitare che scoppi la bomba atomica sociale tra 30-35 anni, quando i giovani si ritroveranno con una pensione ridotta al minimo».
Vero è che dal punto di vista logico o funzionale, rispetto all’obiettivo di migliorare il futuro previdenziale dei giovani, non c’è un nesso tra le due principali misure contenute nella delega: le regole più rigide per le pensioni di anzianità serviranno a garantire risparmi alle casse dello Stato, riducendo la spesa pensionistica. Ai giovani invece servirà il potenziamento dei fondi pensione, che dovranno comunque essere alimentati rinunciando a una quota del salario. In più, ha continuato il ministro del Welfare, la riforma pensionistica serve anche per evitare il rischio di un declassamento del nostro paese da parte delle società di rating.
Intanto, il confronto nel governo e nella maggioranza (sotto la supervisione del Tesoro) sul modo di attenuare lo «scalone» è tutt’altro che chiuso. Anche se formalmente la verifica è stata decretata come «chiusa», An e Udc insistono nel chiedere interventi che vadano con maggiore forza nella direzione delle richieste di Cgil-Cisl-Uil.
Tra le ipotesi che circolano, prevale quella del ripristino di un doppio requisito età-contributi; ad esempio, fissando un minimo di età anagrafica per ottenere la pensione di anzianità, probabilmente intorno ai 60 anni, e un incremento scaglionato degli anni di contributi (a partire dai 36, crescendo di un anno ogni due).
Resta molto probabile anche l’ipotesi di affiancare al doppio requisito (meno pesante, comunque, del passaggio nel 2008 direttamente ai 40 anni di contributi) la chiusura di due delle quattro finestre adesso utilizzabile per l’uscita verso la pensione di anzianità.
Misure che in ogni caso non accontenteranno i sindacati. Ieri, di fronte al comitato direttivo della Cgil, il segretario generale Guglielmo Epifani ha affermato che l’aumento dell’età di pensionamento «non è e non può essere un tabù», ma che la riforma del governo è «inaccettabile» perché punta sostanzialmente solo a tagliare la spesa «in maniera iniqua e ingiustificata». Epifani ha così chiesto al «Parlamento» cigiellino un mandato alla segreteria «per proclamare le risposte necessarie, compreso lo sciopero» al termine dell’incontro col governo. Una decisione che – si auspica – dovrebbe essere presa unitariamente.
Ieri, il leader Cisl Savino Pezzotta in un articolo per «Conquiste del Lavoro» ha scritto che il governo cerca di «accreditare un paese diverso da quello che è in realtà», e il sindacato invece lavora per «contrastare» questa «visione ottimistica quanto illusoria». Dunque, a partire dalle «posizioni comuni con Cgil e Uil», la Cisl punta a definire una piattaforma unitaria sui temi dello sviluppo e del lavoro.
Sul fronte politico, il coordinatore di An Ignazio La Russa afferma che «diciamo ai sindacati: non pensate di poter porre dei veti e di poter decidere da soli. Ma diamo garanzie di potervi ascoltare, magari migliorando la riforma». Gli replicano Piero Fassino e Francesco Rutelli:

«Il governo è tornato sui suoi passi», dice il leader della Quercia che si chiede «se con questa riforma nulla cambia fino al 2008, perché non si fa la verifica previdenziale nel 2005?».
E per Rutelli, «da quando Berlusconi ha annunciato in tv la riforma previdenziale, ha seminato solo caos. Avete paura di decidere e fate confusione».

(r.gi)