“Riforma pensioni” Contraddizioni inevitabili (Giuseppe Berta)

30/09/2003


30 Settembre 2003

LA RIFORMA DELLE PENSIONI
CONTRADDIZIONI INEVITABILI

Giuseppe Berta

MAN mano che il tempo passa, riesce sempre più difficile sottrarsi all’impressione che il riassetto del sistema della previdenza e delle sue normative, pur inevitabile, sia in ogni caso destinato a creare nuove rigidità. Non basta cioè mettere ordine nei conti delle pensioni, stabilendo criteri di compatibilità economica tali da garantire ai lavoratori la certezza di una copertura previdenziale, perché si approdi così anche, al tempo stesso, a nuovi equilibri sociali. La via della riforma pensionistica sembra comunque costellata di contraddizioni non facilmente sanabili.
Per esempio, il prolungamento del pensionamento alla soglia dei quarant’anni di contributi porrà sicuramente problemi non soltanto ai lavoratori, ma anche alle imprese. Le ristrutturazioni industriali sono state accompagnate di solito dagli strumenti della mobilità agganciati alle pensioni, che hanno permesso di trovare una soluzione percorribile per i lavoratori in esubero. Ciò ha reso meno pesanti gli effetti delle misure di riduzione del personale, mentre ha dato alle imprese la possibilità di rinnovare i ranghi dei dipendenti, reclutando lavoratori giovani, meno costosi e, per ovvi motivi generazionali, più pronti ad adattarsi alle nuove tecnologie.
Il prolungamento puro e semplice dell’età lavorativa rischia, nella cornice attuale, di avere conseguenze sulla produttività del lavoro. Contro questo pericolo e, in generale, nell’intento di rendere più accettabile una vita professionale protratta oltre i limiti odierni, viene spesso invocata la necessità di una politica di formazione continua, rivolta ai lavoratori esposti alla minaccia dell’obsolescenza delle loro competenze e capacità.
Peccato che una politica formativa dotata di adeguato respiro presenti costi elevati, dal punto di vista organizzativo, oltre che strettamente economico. Certo è che la situazione presente, dove la preoccupazione di limare i costi ha assunto toni quasi ossessivi, non sembra la migliore per attrezzarsi a un compito rimasto finora nel limbo delle buone intenzioni.
L’adozione degli incentivi per mantenere al loro posto i lavoratori «anziani» avrà poi l’effetto di approfondire il fossato rispetto ai lavoratori più giovani, che dovranno accettare retribuzioni nettamente più contenute. Questo dopo aver a lungo sostenuto che la nostra società doveva concedere minore rilievo all’anzianità come discrimine professionale.
E che dire, infine, del fatto che la revisione degli schemi pensionistici prospetta ai giovani un traguardo, quello dei quarant’anni di contributi previdenziali, che essi rischiano di non raggiungere mai, a causa del loro ingresso ritardato nel sistema occupazionale?
Quando ci si misura con problemi di questa entità, si ha chiaro il divario che separa la nostra «società del lavoro» dagli schemi di tutela e di garanzia sociale ereditati del passato e oggi sottoposti a riscrittura. Più in generale, siamo dinanzi a un modello di società che promette, da un lato, un ampliamento senza precedenti della sfera vitale, senza specificare, dall’altro, che per godere di tale opportunità si richiederanno risorse straordinariamente ingenti.