Riforma Maroni: precari e sfruttati

24/10/2003



  Economia




24.10.2003
Riforma Maroni: precari e sfruttati
di 
Angelo Faccinetto


 Lavoro a intermittenza, somministrazione, lavoro ripartito, cessione di ramo d’azienda… Non c’è nemmeno quell’illusione di modernità, offerta dalle definizioni anglosassoni come job sharing, job on call, staff leasing, outsourcing, nel decreto legislativo n.276 che dà attuazione – a far data da venerdì 24 – alla legge 30, la «riforma Maroni» del mercato del lavoro. Quella che, secondo le rassicurazioni del governo, dovrebbe garantire un impiego a tutti. Il linguaggio della burocrazia non lascia margini di interpretazione. Da oggi – e ancor più fra qualche mese, quando saranno state varate le circolari interpretative e saranno operativi i previsti accordi interconfederali – saremo più precari, e sfruttati, per legge. Tutti. In nome della flessibilità.

Ma cosa cambia con la nuova normativa che il centrodestra ha cercato di accreditare come «legge Biagi»? E chi sarà più direttamente interessato da questi cambiamenti che in alcuni casi contrastano apertamente con i diritti soggettivi? A mutare status saranno anzitutto gli «atipici». Che in Italia – dicono le statistiche – sono oggi poco meno di sette milioni, quasi un terzo degli occupati. Alcuni di loro cambieranno pelle. Altri, come parte dei co.co.co. (gli iscritti al fondo speciale Inps sono due milioni e mezzo) o i titolari di contratti di formazione e lavoro sono destinati più semplicemente a sparire. Ecco il dettaglio.

Collocamento. La prima novità riguarda il collocamento. Con la riforma, accanto ai centri pubblici per l’impiego, arrivano gli uffici privati. In pratica, una volta ottenuta l’autorizzazione, potrà essere svolta imprenditorialmente attività di intermediazione di manodopera. Quella in passato vietatissima dalla legge.

Part time. Per i lavoratori a tempo parziale – quasi un milione e 900mila, soprattutto donne – le cose cambieranno parecchio. In peggio. Viene anzitutto annullata la volontarietà della «prestazione supplementare». Cioè il datore di lavoro potrà imporre al prestatore, dietro maggiorazione retributiva, un orario di lavoro più lungo. Mentre, in nome di una maggiore elasticità, sarà possibile variare le fasce orarie in cui viene prestato il lavoro senza più passare dalla contrattazione collettiva. Basterà il contratto individuale. E poco importa che il lavoratore, parte debole, pur di avere il posto sia disposto a firmare tutto: viene eliminato anche il diritto al ripensamento. Se firmi, insomma, è per la vita. In pratica, il lavoratore diventa un’appendice dell’impresa.

Co.co.co.Una parte di loro – le stime parlano di 600mila – dovrebbe cambiar pelle e diventare «lavoratori a progetto». La questione è fumosa, le eccezioni sono molte, e a «progetto» dovrebbero finire anche attività manuali che avrebbero dovuto venire escluse. Intanto, quel che è certo, è che se prima erano assimilati ai lavoratori dipendenti, almeno per quel che riguarda i benefici fiscali, ora il riferimento è al lavoro autonomo. Cosa non da poco, è non solo per il fisco. In caso di malattia o infortunio, per loro, non c’è alcun indennizzo. Mentre in Finanziaria è previsto che l’aliquota da versare all’Inps salga dal 14 al 19%.

Lavoro a intermittenza. È l’istituto destinato a sostituire l’interinale. Il lavoratore è a disposizione dell’azienda, cioè in balia delle sue esigenze. Se sarà necessario verrà chiamato a prestare la propria opera. Per il resto del tempo, in cambio di un’indennità, starà ad aspettare. Sperando di non ammalarsi all’improvviso. In questo caso, se venisse chiamato, non solo perderebbe il posto, ma verrebbe anche obbligato a risarcire i danni. Alla faccia della dignità del lavoratore come figura autonoma e distinta dal processo produttivo.

Somministrazione. Con questo contratto i lavoratori potranno essere «affittati» anche a tempo indeterminato. Anche come complesso aziendale. E anche per l’esecuzione di attività ordinaria. In pratica, potrebbero sorgere iniziative imprenditoriali senza dipendenti propri. Finchè serve si affitta, poi si chiude. Con buona pace per le assunzioni a tempo indeterminato.

Cessione di ramo d’azienda. L’impresa può anche decidere di «smontarsi» pezzo a pezzo, cedendo ciò che non gli interessa più.

Inserimento. Scompare il contratto di formazione e lavoro e per i giovani sotto i 29 anni e per gli over 45 disoccupati si fa strada (e con effetto immediato) il contratto di inserimento. Che, a differenza del passato, non è finalizzato alla stabilizzazione del posto. Per i più anziani può durare a vita. E per di più con un ulteriore abbassamento (un livello) salariale e normativo rispetto al passato.

Lavoro ripartito. Introduce il principio della condivisione del lavoro. In pratica, un posto, e uno stipendio, per due o più persone. Che in accordo col datore di lavoro assumono un’unica obbligazione. Se uno dei due viene licenziato anche l’altro (a meno che non venga assunto) finisce sulla strada. Quando si dice la solidarietà.